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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


1 febbraio 2012

E NELLA GIORNATA DELLA MEMORIA È TOCCATO VEDERE ANCHE QUESTO

Egregi Signori,
con la presente desidero mettervi a conoscenza di quanto accaduto nel pomeriggio di domenica 29 Gennaio a Nova Milanese.

L'Anpi cittadina, con la collaborazione di diversi esponenti della sezione di Paderno Dugnano, ha organizzato una conferenza dal titolo "Per non dimenticare".
http://www.peacelink.it/pace/a/35413.html   
La conferenza è iniziata con la presentazione di un libro della Professoressa Laura Tussi, esponente Anpi di Paderno, che ha preso gran parte del tempo disponibile, proseguendo poi con un documentario molto ben fatto da Daniele Marzotta sul lager di Natzweiler-Struthof.
Ha poi parlato il coautore del libro presentato all'inizio, seguito dal figlio di un deportato politico.
È stata quindi la volta di Mario Petazzini, esponente di spicco dell'Anpi di Paderno Dugnano, nonché di Rifondazione Comunista.
Il suo discorso è stato quantomeno fuori dal contesto, visto che si è lanciato in elucubrazioni sull'attualità con non avevano attinenza con la conferenza. Probabilmente il signor Petazzini pensava di essere a un comizio politico pre elettorale.
Ma questo non è importante.
Ciò che conta è che al termine dell'intervento egli ha elencato le stragi efferate che ancora oggi si compiono, a suo dire simili a quelle naziste, enumerando nell'ordine la ex Jugoslavia, il Ruanda, la Cambogia, e... naturalmente la Palestina.
A questo paragone improprio e indegno tra Auschwitz e Gaza in sala si sono levate delle proteste con la richiesta di ritrattare la dichiarazione e alcune persone hanno lasciato la sala.
Petazzini ha però rincarato la dose, dicendo testualmente che "Gaza è un grande lager".
Alla richiesta di scuse ha aggiunto, "Io non mi scuso di niente, tutti noi (dell'Anpi) la pensiamo così."

Alla conferenza è stata invitata anche mia madre, Anika Schiffer, che ha parlato per ultima, dopo di lui.
Mia madre e i suoi fratelli hanno trascorso dopo l'emanazione delle leggi razziali, anni di miseria, terrore ed emarginazione, per poi fuggire in montagna con la banda partigiana di Giorgio Bocca, la 2a divisione, inseguiti e ricercati dai nazifascisti in quanto ebrei.
Il loro destino era Auschwitz.
Il padre di mia madre, mio nonno, non riuscì a fuggire e fu portato prima al centro di raccolta di Borgo San Dalmazzo, poi a Fossoli e infine ad Auschwitz.
Era nella stessa baracca di Primo Levi, da cui mia madre negli anni del dopoguerra ebbe le informazioni sulla sua fine.
Mori il 10 Gennaio 1945 ed uscì per il camino 17 giorni prima che l'Armata Rossa entrasse nel campo.

Le persone che hanno lasciato la sala sono rientrate per ascoltare mia madre.
Ha raccontato la sua storia, come fa quando la invitano a parlare in circostanze simili, a un uditorio particolarmente attento e interessato.
Verso il termine dell'intervento ha tentato di dire qualche parola su Israele, che da Petazzini era stato provocatoriamente descritto come "l'impero del male". È riuscita a dire solo qualche frase smozzicata, interrotta in continuazione da Petazzini e altri due esponenti dell'Anpi di Paderno, che non gradivano quello che stava tentando di dire.
All'ennesimo tentativo di ricominciare la frase su Israele, Mario Petazzini HA SPENTO IL MICROFONO ad Anika Schiffer, dichiarando frettolosamente chiusa la conferenza. Le ha proprio schiacciato il pulsante di funzionamento del microfono, togliendoglielo da davanti.
A quel punto il pubblico ha protestato vivacemente per il gesto antidemocratico e vergognoso di vietare la parola a una signora ottantenne, scampata ad Auschwitz, che cercava di spiegare che Israele non era quello che sosteneva Petazzini.
Lui, molto innervosito dal fatto che qualcuno potesse contestarlo, ha addotto puerili e ridicole scuse relative al tempo che sarebbe terminato.
Bugie. Sia perché la sala era prenotata fino alle 19.00 ed erano le 18e40, sia perché in quel caso sarebbe bastato sussurrare all'orecchio di mia madre una cosa del tipo: "Vada a chiudere".
È stata un'operazione di vergognosa censura, degna degli "antisemiti progressisti" e di come li descrive assai bene Fiamma Nirenstein nel suo omonimo libro.
Tutta la sala si eè accorta chiaramente della volontà del Petazzini di non fare dire cose che non gli piacevano, supportato dagli altri esponenti dell'Anpi di Paderno Dugnano. Il suo gesto è stato inqualificabile e chiarissimo.
Sono riuscito a raccogliere i nominativi e i recapiti di 11 dei presenti, che scandalizzati dal suo comportamento sono pronti a testimoniare quello a cui hanno assistito. Nel caso voleste ascoltarli non avete che da chiedermi la lista.
Inoltre sono in possesso del filmato della conferenza, dal quale potreste ben comprendere cosa è successo. Se lo volete non avete che da chiedermelo.
Ma anche gli organizzatori hanno filmato TUTTA la conferenza, senza interruzioni, perché mi hanno detto che desideravano inserirla su You Tube.
Chiedete a loro il filmato integrale. Sono certo che la loro telecamera, posizionata su un cavalletto fisso, ha funzionato ininterrottamente fino alla fine.
Se vi dicessero che qualcosa non è stato registrato, sappiate che mentirebbero.
Nel post conferenza sono continuate le discussioni, mentre mia madre, distrutta e profondamente amareggiata per l'ignobile trattamento ricevuto veniva portata via da mia sorella.
Tra altre perle degli esponenti dell'Anpi vi segnalo solo questa: "Ha ragione Ahmadinejad a volere la bomba atomica, d'altra parte Israele ce l'ha gia'"
Il resto preferisco risparmiarvelo, ma si trattava dei soliti luoghi comuni antisemiti a cui, purtroppo siamo abituati.
Solo che non ce li aspettavamo da voi.
Non voglio credere che anche per voi gli unici ebrei buoni siano quelli morti, su cui riversate la vostra pietà, destinando invece il vostro odio a quelli vivi e che magari (ma tu guarda che pretese!) non si vorrebbero fare ammazzare.
Nel comunicarvi che riceverete la mia tessera strappata a uno dei vostri indirizzi, vi chiedo:
La posizione ufficiale dell'Anpi è che è vietato parlare di Israele nelle conferenze da voi organizzate?
Anche a quelle in teoria organizzate per ricordare la Shoah?
Pensate che Gaza e Auschwitz siano la stessa cosa, come i peggiori negazionisti e gli esponenti dell'estrema destra neonazista?
Ritenete che Ahmadinejad faccia bene a procurasi armi nucleari?
La posizione del vostro esponente Mario Petazzini è anche la vostra?
Se cosi fosse ne prenderemmo atto, tirando le debite conclusioni.
Se invece così non fosse, intendete intervenire nei confronti dei responsabili di questi atteggiamenti?
Vi sarò grato per una vostra risposta che, sono certo, non potrà mancare, fosse anche solo per una questione di educazione.
Provvederò personalmente a girarla a tutte le persone e le Associazioni che ci leggono in copia.
Saluto distintamente,
Roberto Cavallo Schiffer (da Informazione Corretta)

Come sono solita dire in questi casi, in realtà è vero che Gaza è esattamente come Auschwitz:
Auschwitz era un'istituzione guidata da una cricca di criminali che aveva come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei, e Gaza è un'istituzione guidata da una cricca di criminali che ha come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei. Davvero, con tutta la buona volontà è difficile trovare differenze sostanziali.
Comunque per avere una qualche idea su questa tragica prigione a cielo aperto in cui le vittime diventate carnefici stanno lasciando agonizzare un milione e mezzo di persone, suggerisco di dare un’occhiata a uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto nove.


barbara


1 novembre 2011

GILAD SHALIT E IL PROCESSO DI STRAGE

Poiché oggi non ho avuto tempo di scrivere, e d’altra parte tendo a seguire la filosofia del nulla dies sine linea – tanto più che sarò via un paio di giorni e non vorrei farvi rischiare la crisi d’astinenza – rubo l’ultimo post dell’amico Enrico del quale, come si suol dire, condivido anche le virgole.

Oltre alla  famiglia di Gilad Shalit, tutta Israele ha gioito per la liberazione del soldato, tranne i familiari delle vittime del terrorismo palestinese. Così ci hanno detto.
Veramente io che non ho avuto familiari assassinati dai terroristi non ho gioito, e ogni volta che leggo quello che abbiamo dovuto concedere in cambio, ci sto male e  trovo che la notizia sia tragica e foriera di catastrofi. Diciamo subito che se Hamas la considera una propria vittoria ha perfettamente ragione, purtroppo.

Meglio 300 assassini e 700 criminali vari liberi che un innocente in una detenzione disumana, certo. Ma il punto non è l'amarezza di dire che le vittime del terrorismo non avranno giustizia. Il punto è quanti israeliani verranno assassinati in futuro per aver salvato la vita e la libertà di Gilad Shalit. Perché Gilad Shalit è preziosissimo, come ogni persona è un mondo intero. Ma quanti mondi interi verranno assassinati in futuro per aver salvato il mondo - Gilad?
Per fortuna non ho dovuto decidere io. Ma penso che una cosa andasse fatta. Dal rapimento di Gilad Shalit annunciare che tutti i detenuti appartenenti a Hamas non avrebbero più avuto visite della Croce Rossa né dei familiari, e le convenzioni internazionali andassero pure a farsi fottere, per quelle persone che non le applicano. Barbarie? No, reciprocità.
Israele è stata onesta. Ma come dice Cat, la pestifera nipote di Don Camillo nell'ultimo romanzo di Guareschi, "Don Camillo e i giovani d'oggi", 
"quando si tratta con i delinquenti, l'onestà è fesseria".
Compite attentati: se non morirete e verrete arrestati, tornerete presto liberi. Questo il chiaro messaggio dato ai terroristi da Hamas e da Israele.
Dopo l'attacco a una pattuglia di soldati israeliani, attacco compiuto da Hizbullah poco dopo il rapimento di Gilad Shalit nell'estate 2006, Israele ha scatenato l'inferno sul Libano. Nasrallah ha ammesso che, se avesse immaginato una reazione simile, non avrebbe ordinato l'attacco.
A quel punto, essendo chiaro che gli arabi diranno
"Israele è debole, è il momento di attaccare", sarebbe opportuno che Netaniahu annunciasse ufficialmente che al prossimo attacco, al prossimo (inevitabile) tentativo di rapire soldati o civili israeliani, Israele scatenerà l'inferno contro Gaza o contro il Libano, contro  la regione da cui l'attacco sarà provenuto. E poi mantenere la promessa, perchè nel 2006 Israele è riuscito non a distruggere Hizbullah, purtroppo, ma a ristabilire la deterrenza, sì.
Tom Segev, scrittore israeliano, in un'intervista ha affermato che, avendo Israele negoziato con il diavolo Hamas, e non essendo crollato il mondo, questo potrà alla fine portare di buono la possibilità di futuri accordi, come è avvenuto tra Rabin e Arafat. Quando si sono stretti la mano a Camp David nel 1993 Rabin aveva lo sguardo gelido, ma poi dal 1994 al 1996 sono seguiti accordi.
Ahò, Tom Segev, ma che, sei scemo? Anch'io ho creduto agli accordi di Oslo, nel 1993,e all'avvio del processo di pace. Ma poi ho visto che il processo di pace era un processo di strage, che gli israeliani saltavano per aria negli autobus e nei ristoranti, e morivano come non era mai successo durante le guerre! Maledetto il processo di pace! Hashalom hazhè horeg otanu, questa pace ci uccide, scrivevano i manifestanti in agosto del 1995, quando ero in Israele e gli autobus esplodevano.
Ho sentito anni dopo italo israeliani parlare di Rabin, a chi - italiano - chiedeva
"perché è stato ucciso? perché era un giusto?" e condivido la risposta che ho ascoltato. "Israele", diceva Rabin ad ogni strage,"se blocca il processo di pace, dimostra che hanno vinto i terroristi che non lo vogliono, queste stragi sono il prezzo della pace" Ma che razza di discorsi! Rabin aveva il dovere di mettere Arafat con le spalle al muro: o arresti i terroristi di Hamas, o ci riprendiamo i territori. Rabin aveva il dovere di difendere i propri cittadini e non l'ha fatto. Questo a Rabin non lo perdonerò mai.
L'assassinio di Rabin è stato un delitto, per il quale giustamente l'assassino è in carcere. Ma come l'omicidio è più grave del furto, così la strage è più grave dell'omicidio, e dobbiamo dire che Rabin prima di essere assassinato ha lasciato che avvenissero delitti ben peggiori del suo stesso assassinio. Gli israeliani saltati per aria sono vittime più innocenti di Itzchak Rabin, quindi penso con la somma irriverenza che sia diventato un simbolo di pace solo perchè è morto. E' stato un combattente, ha avuto il coraggio di far la pace nel 1993, non ha avuto il coraggio di vedere che il processo di pace era diventato
un processo di strage che ha portato negli anni novanta, e porta tutt'oggi, solo catastrofi, come il rapimento di Gilad Shalit.
In passato detestavo Ariel Sharon come si detesta un uomo troppo brutale, ma dopo la strage di giugno (se ricordo bene) 2001 alla discoteca Dolphinarium di Tel Aviv l'ho disprezzato perché si è limitato a protestare con Arafat, non ha fatto neanche uno straccio di rappresaglia simbolica  che qualsiasi governo moderato laburista avrebbe realizzato. Così si è dovuti arrivare al massacro del 27 marzo 2002 al Park Hotel di Natanya, con 30 morti e decine di feriti condannati a vivere in condizioni orribili, perché Israele muovesse i carri armati e schiacciasse il serpente Arafat.
Bene, ora anche le belve che hanno attuato quella strage sono libere, libere di uccidere di nuovo. Così come parlando di tutt'altro ho detto che a Carlo Giuliani non basta essere stato ucciso per essere diventato un esempio di virtù, così dico che a Itzchak Rabin non basta essere stato ucciso per diventare un modello da imitare. E dico che quando un giovane che ha avuto la famiglia sterminata al Park Hotel di Natanya, alla notizia della liberazione degli stragisti in cambio di Gilad Shalit, ha profanato il monumento a Rabin, ho provato una simpatia totale, una comprensione totale per lui. Perchè dobbiamo a Itzchak Rabin e a tutti i politici israeliani che non hanno voluto aprire gli occhi sull'inesistenza del processo di pace, se ora siamo costretti a chiederci: chi dei nostri ragazzi verrà rapito? Quali altri alberghi, pizzerie o discoteche salteranno per aria? No, io non abito in  Israele, io sono a Vicenza, Italia, ma ogni volta che grazie ad Oslo e dintorni suona l'allarme per i missili che cadono su Israele, ogni volta che un soldato di Zahal rischia la vita per colpa dei terroristi e delle irresponsabili e cieche colombe, io non sono più a Vicenza, non sono più in Italia, ma sono in Eretz Israel, in terra d'Israele. Sono a Natanya e a Tel Aviv, a Yerushalaim e ad Ashdod, in Samaria e Giudea (Cisgiordania) dove essere ebrei è una colpa punibile con la morte .
Enrico

Qualcuno ha scritto che quando è stato rapito Gilad, Israele avrebbe dovuto dare ai terroristi una settimana di tempo – non un mese un anno cinque anni: una settimana: o entro una settimana ci restituite Gilad vivo, intero e in buona salute, o entriamo a Gaza e facciamo terra bruciata, chiunque venga sorpreso con un’arma addosso verrà giustiziato sul posto, ogni casa in cui si troveranno armi o esplosivi verrà demolita, e continueremo fino a quando non ci restituite Gilad. Ecco questa sarebbe stata la cosa da fare. E non è stata fatta. E con quel branco di conigli che governa in Israele, sappiamo purtroppo che non verrà fatto mai, e gli innocenti continueranno a pagare per le scelte criminali di un governo imbelle. Perché l’altra faccia della medaglia della liberazione di Gilad, non dimentichiamolo, è questa:

barbara


31 ottobre 2011

DA GAZA CON AMORE

Mi è arrivata questa foto,



con la seguente spiegazione:
Questa è una foto della casa colpita questa sera da un missile palestinese sparato da Gaza, due strade da casa mia.
Fate sapere al mondo cosa succede veramente....
Ariel


Ecco, io l’ho fatto; se qualcun altro vorrà raccogliere il testimone, farà una cosa buona. La casa si trova a Gan Yavne, qui:



In “Israele Israele”, come potete vedere, non in “territorio occupato”, non in una “colonia”; a voler essere proprio proprio pignoli non sarebbe territorio occupato neanche quello da cui il missile è stato sparato per cui, se qualcuno per caso si trovasse in possesso di un paio di occhi, o magari anche uno solo, e qualche frammento di neurone più o meno funzionante, potrebbe anche concepire il sospetto che non si tratti di un’azione finalizzata alla liberazione, e che coloro che l’hanno intrapresa non siano membri di un esercito di liberazione nazionale.

barbara

AGGIORNAMENTO: è arrivata un’altra foto.



Questa è una "biglia" di ferro, 6-7 millimetri di paura concentrata. Una di migliaia che riempiono i missili che sparano i palestinesi, e con lo scoppio volano e uccidono ognuno che sta nella vicinanza.
Questa è stata fotografata nella stessa casa che ho mandato due giorni fa.
Ariel


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24 ottobre 2011

UN VECCHIO ARTICOLO PER RIFLETTERE

Lo Tsunami dell'Onu

A quanto pare nel prossimo mese di settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe discutere e approvare (presumibilmente, con una larga maggioranza) una proposta di riconoscimento unilaterale, “senza se e senza ma”, di uno Stato palestinese. Ciò, commenta Sergio Della Pergola, sul l'Unione informa di giovedì 21 aprile, potrebbe avere l’impatto di un vero e proprio “tzunami politico”, dal quale è necessario non farsi trovare impreparati. “Speriamo – commenta il demografo - che esistano… i meccanismi di pianificazione politica in grado di attenuare le conseguenze negative dell'ondata d'urto, e anzi capaci di trasformarla in un'ondata di energie positive. Certo non potrà valere la giustificazione udita in altre circostanze: siamo stati colti di sorpresa”.
Nel condividere appieno le preoccupazioni di Della Pergola, siamo però, purtroppo, più scettici riguardo alla possibilità di ricavare da tale evento delle possibili “energie positive”. E’ del tutto evidente, infatti, che tale proposta è concepita esclusivamente con un intento politico di delegittimazione dello Stato ebraico, senza un benché minimo desiderio di contribuire a una soluzione positiva del conflitto. Sul piano giuridico la risoluzione non potrà significare assolutamente nulla, non essendo nel potere delle Nazioni Unite “fare” o “disfare” gli stati, e non potendo mai dipendere l’esistenza di uno stato da un riconoscimento esterno, per quanto autorevole. Il diritto internazionale si basa sul principio dell’effettività, e la realtà giuridica di uno stato sovrano si fonda esclusivamente sul dato di fatto della sua esistenza, intesa come autosufficienza, autonomia e funzionalità (“affinché un ente di diritto internazionale possa dirsi sovrano, occorre che esso integri i requisiti di un’organizzazione di Governo che eserciti effettivamente e indipendentemente il proprio potere su una comunità territoriale, a nulla rilevando il riconoscimento da parte di altri stati, che è un atto privo di conseguenze giuridiche” [Cass. Pen., Sez. III, 17/9/2004, n. 49666]).
L’esistenza di Israele, per esempio, non dipende affatto, giuridicamente (come pure talvolta erroneamente si legge) dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 delle Nazioni Unite, che sancì la divisione della Palestina in due entità statali, una ebraica e una araba, ma dal suo antichissimo diritto storico, dal mai interrotto legame di appartenenza tra popolo ebraico ed Erez Israel e, soprattutto, dal fatto che lo Stato ebraico ha dimostrato nei fatti, con le proprie forze, di esistere, nonostante la contraria volontà di tutti i suoi vicini. Ciò che è accaduto per Israele, non è invece accaduto per la Palestina, e i motivi sono ben noti. Ma la Risoluzione 181, come si tende a dimenticare, prevedeva la nascita di due stati, non di uno solo, e stabiliva con chiarezza che sarebbero stati uno ebraico, l’altro arabo. Solo in seguito, con un’assurda e capziosa distorsione del concetto di ‘profughi’, l’idea è stata rimessa in discussione, e si è contestato il diritto all’esistenza di uno “Stato ebraico”. Perché, invece di pensare a una nuova risoluzione, non ci si interroga sulle ragioni del fallimento di quella del 1947? O perché, semplicemente, non si cerca una soluzione pacifica nell’ambito dello spirito della 181? Che bisogno c’è di una nuova “Risoluzione 2011”? I motivi, purtroppo, sono chiari come il sole: se la 181 auspicava una soluzione bilanciata del conflitto, nella tutela dei diritti di tutte le parti, la nuova Risoluzione stabilirà che uno Stato palestinese esisterà “comunque, a prescindere”. Non si sa su quali territori, con quali cittadini, con quali strumenti, ma esisterà. E non, purtroppo, “accanto” (come tutti vorrebbero), ma “contro” Israele (sul cui diritto all’esistenza, chi lo sa). Che bisogno avranno, le autorità palestinesi, di sedersi a un tavolo di trattativa, per ottenere qualcosa? Dovranno semplicemente ‘prendersi’, con qualsiasi mezzo, ciò che sarà già, a tutti gli effetti, ‘loro’.
Giusto, quindi, urgente cercare di contenere gli effetto deleteri dello ‘tsunami’. Ma non sarà facile, perché questa risoluzione non assomiglierà minimamente alla 181 del 1947. E non vorremmo peccare di eccessivo pessimismo, richiamando, nel cercare un possibile precedente, la famigerata Risoluzione 3379, del 1977: se questa, infatti, equiparò il sionismo al razzismo, la prossima cercherà di trasformare Israele in una sorta di “anti-stato”, abusivamente “sovrapposto” al legittimo, amatissimo stato di Palestina.
Francesco Lucrezi, storico


Poi invece non è successo niente, la bolla di sapone si è gonfiata e gonfiata e alla fine è scoppiata (fatto male i calcoli con la tensione di superficie?), rivelando il nulla che c’era all’interno. Perché la pretesa di farsi riconoscere uno stato che da quasi ottant’anni si è pervicacemente rifiutato nelle parole e nei fatti, di uno stato che non si è mai tentato di costruire, di uno stato che non esiste, non poteva essere altro che una bolla di sapone destinata a scoppiare. Quello che è invece successo concretamente è stata la prosecuzione del lancio dei razzi, le grandi feste per quei bravi ragazzi usciti dalle galere sioniste e mandati a riprendersi qui, e due accoltellamenti in due giorni (sì, lo so, lo so, era sulle prime pagine di tutti i giornali, vagonate di articoli e foto e commenti nelle pagine interne, notizie di apertura nei TG, ne avete ormai le palle piene di questi due accoltellamenti, lo so, ma io sono sadica e voglio rincarare la dose, ecco).
Che cosa ne dobbiamo dunque concludere? Che abbiamo a che fare con personaggi che non sanno e non vogliono costruire, ma solo distruggere, che non sanno e non vogliono vivere e lasciar vivere ma solo morire e far morire, perché Hitler è vivo e lotta insieme a loro. Farebbero però bene a ricordarsi di quel giorno, poco meno di una settantina d’anni fa, che si è detto mai più. E voleva dire MAI PIÙ.


barbara


30 agosto 2011

CON DUE GIORNI DI RITARDO

Buon compleanno, Gilad!



(Ho incontrato suo padre,



ma forse dovrei dire il fantasma di suo padre: gelide le mani, inespressiva la voce, vuoto il viso quando al nostro “veniamo dall’Italia” ha risposto “ah, buon giorno” per poi volgersi ad altro. O meglio, al nulla).

barbara


7 agosto 2011

IO CI HO PROVATO

Sul serio, ce l’ho messa tutta. Ho provato a ripetermi come un mantra lento è bello lento è bello lento è bello lento è... Ho provato a raccontarmi quanti aspetti positivi ha la lentezza: non ti stanchi, non sudi, non ti stressi, hai tutto il tempo di guardarti intorno, di vedere miliardi di cose che andando in fretta ti sfuggirebbero... Niente, non sono riuscita a darmela a bere. Quelle tre settimane a camminare col bastone e con le caviglie strette nelle bende elastiche, a sudare freddo per fare qualche gradino, a studiare strategie per scendere dal marciapiede, e poi avventurarmi senza bastone, unicamente con gli zoccoli perché i piedi non tolleravano – e a stento tuttora tollerano – scarpe e sandali, tre passi all’ora, a gambe larghe e bascullando come una papera per mantenere l’equilibrio, ecco, l’unica cosa che riesco a pensare è: se scoppia un incendio non posso scappare. Se qualcuno vuole farmi del male non posso scappare. Se mi trovo in un qualunque pericolo non posso scappare. Per non parlare di quando, fra pochissimo, sarò a ridosso della striscia di Gaza, a portata di Qassam – che anche se i giornali non ne parlano - perché non è politicamente corretto tentare di propinarci la storiella che il problema è l’occupazione e contemporaneamente raccontare che da un territorio non più occupato continuano a piovere missili - continuano a cadere quotidianamente, ventisei nel solo mese di luglio (sì, riparto. Vado a ritrovare la terra della memoria. La terra della speranza. La terra dell’amore)

barbara


2 agosto 2011

EMERGENZA UMANITARIA

Condizione che si verifica quando il numero di bambini malnutriti supera il 30% e ne muoiono 2 al giorno su diecimila.

Stabilito questo, e accertato che a Gaza “Il 51% dei bambini soffrono di gravi carenze vitaminiche” (Umberto de Giovannangeli); che “si è aggravata l’emergenza umanitaria già precaria” (La Repubblica); che è in atto “la più grave crisi umanitaria che si ricordi” (Amnesty International); che vi si sta perpetrando “l’olocausto” e “la Shoah” (Maurizio Blondet), io ESIGO di vedere le foto delle cataste dei cadaveri delle CENTINAIA di bambini che OGNI GIORNO muoiono di fame nella striscia di Gaza. (clic)



barbara


7 maggio 2011

LETTERA APERTA A DANIEL BARENBOIM

Stimatissimo e veneratissimo  Maestro,
abbiamo appreso con dolore, con mestizia e anche, dobbiamo  dirlo, con un po' di vergogna, che un deplorevolissimo attacco mediatico è  stato scatenato contro di Lei da parte di vari personaggi israeliani e anche da parte di altri ebrei del  mondo libero. Questo è ciò che ci ha spinti a scriverLe questa lettera aperta, che cercheremo di pubblicizzare il più possibile: esprimerLe la nostra totale, incondizionata solidarietà. E la nostra sconfinata ammirazione per tutto ciò che Lei sta facendo, per la Sua coraggiosa opera a favore del meraviglioso popolo di Gaza, non ultimo mettendo a disposizione di questo popolo generoso la Sua sublime musica – tutte qualità, queste del popolo di Gaza, che i Suoi nemici non vogliono riconoscere. Che dire, per esempio, del fatto che da cinque anni stanno ospitando quel sionista, Gilad: cinque anni, cinque anni che gli provvedono vitto e alloggio e mai, mai una volta in cinque anni hanno chiesto un centesimo di rimborso spese? E sì che ne avrebbero  bisogno, di contributi: basti pensare a quel missile teleguidato che hanno tirato sullo scuolabus: duecentoottantamila dollari per eliminare un unico, giovanissimo nemico! Quanti miliardi ci vorranno prima di liberare la Palestina dal fiume al mare? Eppure quelle anime generose continuano a ospitare il sionista completamente gratis! E i compatrioti di quel loro ospite cosa fanno invece di ringraziarli? Li  criticano. E criticano Lei che generosamente si esibisce, immaginiamo gratis, di fronte a loro e di fronte agli eroici combattenti di Hamas che si dedicano senza risparmio alla loro lotta di liberazione - e sembra che la Sua presenza sia stata foriera di benefici effetti, visto che subito dopo Hamas e Fatah hanno trovato la forza di mettere una pietra sopra alle loro quotidiane carneficine reciproche occasionali piccoli dissidi e decidere uno storico accordo per combattere uniti contro l'unico vero, eterno  nemico comune. Abbiamo saputo che questa volta, in questa Sua magnanima spedizione di pace, non ha potuto dirigere la Sua orchestra storica, la Divan - pare che ci fosse qualche difficoltà a far entrare nella Striscia i musicisti israeliani - ma ciò che conta è il risultato, no? E il risultato indiscutibile è stato l'entusiasmo di Hamas. Lei è talmente bravo, Maestro, da occultare persino i Suoi difetti congeniti: "Non sapevo che fosse ebreo", pare abbia infatti detto un ragazzo palestinese per giustificare la propria presenza al concerto. Ed è vero: Lei  è talmente bravo, talmente buono, talmente generoso, che non sembra neppure ebreo. E tanta è la nostra ammirazione per Lei che ci permettiamo di darLe due consigli: stracci il suo passaporto israeliano, Maestro: quegli ingrati sionisti non La meritano, non meritano di avere un concittadino come Lei. E si converta il più presto possibile alla religione di pace: non vorremmo davvero che ci dovesse capitare, dopo avere pianto il povero Juliano Mer-Khamis e il povero Vittorio Arrigoni, che ai loro e Suoi comuni amici avevano dedicato tutta intera la propria vita, di ritrovarci a piangere  anche Lei.


 
Barbara Mella
Emanuel  Segre Amar


28 aprile 2011

CHIEDO L’INTERVENTO DI TUTTI GLI AMICI

Vi propongo un articolo apparso qualche giorno fa su “L’Opinione”.

RaiNews24 si è resa responsabile di una seria violazione della deontologia professionale al limite della calunnia, avendo subito indiziato (senza indizi) gli ebrei “religiosi” e Israele per l’assassinio orribile di Vittorio Arrigoni, prima di essere smentito da Hamas stesso.
Come rileva giustamente Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, la morte tragica di questo giovane attivista italiano è da attribuire all’odio cieco di una indottrinazione ideologica totalizzante della stessa intensità quale l’ideologia di odio verso Israele che Vittorio Arrigoni scambiava per pacifismo e impegno per la giustizia.
In ambedue i casi, l’essere umano e il “restare umani” cui egli inneggiava vengono annientati da un’utopia etica per la cui realizzazione si giustifica che l’uomo sia usato come mezzo e non come fine. Tristemente, è la benda dei preconcetti (benché di segno diverso) che rende ciechi alla realtà, ad accomunare vittima e carnefice in un dolorosissimo gioco delle parti.
Arrigoni, e evidentemente anche sua famiglia e i suoi amici, odiava Israele al punto tale che non voleva transitarvi “neanche da morto” perché lo considerava lo Stato e il popolo responsabile in toto per le sofferenze dei palestinesi di Gaza. Invece l’oggetto dell’odio della “scheggia impazzita” di Hamas è “la civiltà occidentale e la modernità”, accusate di “immoralità”, un odio fortissimo che offusca la percezione dei singoli esseri umani e che non sa nemmeno distinguere fra un amico e un nemico del suo popolo.
Ma in questo quadro della nostra odierna realtà, bisogna soffermarsi anche sulle gravi responsabilità di diversi esponenti della stampa italiana. Sotto il pretesto della ricerca della verità e della giustizia, ci si permette di insinuare bugie che fanno comodo alla propria tesi politica, che portano alla demonizzazione di Israele e di conseguenza sempre più lontano da una mediazione per la pace israelopalestinese a cui si dice di voler arrivare.
Appena saputo del rapimento e conseguente assassinio, RaiNews24 (che va in onda anche in lingua araba) trasmette un’intervista con Maurizio Fantoli Mirella, amico e collaboratore di Vittorio Arrigoni. L’intervistatrice Annamaria Esposito inizia con l’indirizzare i sospetti verso un sito dell’estremismo ebraico e Mirella replica che “tutto fa pensare” che “l’odio che lui suscitava nell’estremismo di destra israeliano può essere la causa dell’omicidio” e “probabilmente molti dei miei amici filopalestinesi già supponevano che dietro questo omicidio ci fossero i servizi segreti israeliani, oppure gli estremisti di destra israeliani”, e che questi movimenti “non sanno minimamente cos’è la democrazia, non sanno minimamente cos’è la civiltà e mi sembra assurdo che parlino a nome della loro religione, insultano la loro religione…”.
E mentre il loro “processo” all’estremismo ebraico e al governo di Israele continua, su RaiNews24 gira il video del povero prigioniero Arrigoni insanguinato, con una scritta in arabo che scorre, minacciando la sua morte e con parole di incitamento a “combattere con la spada” per la Guerra Santa nel nome del Signore (Allah) dicendo “Alzatevi per la vittoria della vostra religione; combattete i vostri nemici ebrei, i loro alleati e coloro che li difendono; fatelo in fretta perché il paradiso, grande come i cieli e la terra, vi attende.”
Questo sì, che è un insulto alla religione, ma RaiNews24 non se ne accorge, eppure trasmette anche in lingua araba.

Lisa Palmieri-Billig è corrispondente di “The Jerusalem Post” e rappresentante in Italia dell’American Jewish Committee www.ajc.org

È possibile vedere il servizio a cui si riferisce Lisa Palmieri-Billig cliccando sul link http://www.rainews24.it/it/video.php?id=22906
.
Invito tutti gli amici a protestare con Corradino Mineo, direttore di Rainews 24, cliccando sul link
http://www.rainews24.rai.it/it/contacts.php.


È importante che, in un caso di patente violazione di ogni regola deontologica come quello in questione, il maggior numero possibile di persone faccia sentire la propria voce per denunciare la vergognosa campagna di odio che il mezzo pubblico fomenta.


barbara


19 aprile 2011

ADESSO NON SO

Questa sera è iniziato Pesach, la Pasqua ebraica, e avevo in mente di fare un post di auguri, come al solito, però adesso non so. C’è quel ragazzino, Daniel Wiplich, quello che tornava da scuola su quell’autobus centrato da un missile palestinese. Un missile teleguidato, arrivato sull’autobus che fino alla fermata prima era stato pieno di ragazzini perché programmato per centrare l’autobus pieno di ragazzini. Un missile da 280.000 dollari arrivato da quella che chiamano prigione a cielo aperto, quella da cui ci arrivano quotidiani frignamenti, quella che ci raccontano essere costantemente sull’orlo della catastrofe umanitaria, morte per fame, mancanza di tutto e chi più ne ha più ne metta. Daniel aveva 16 anni. È rimasto in coma una settimana, poi il suo cuore si è fermato. I giornali non ne parlano, perché hanno troppo da fare ad esaltare le gesta dell’eroe, del martire, di quello che, esattamente come i nazisti,invitava quanti avessero in casa dei cani a ''sguinzagliare le bestie eroiche contro i coloni''. I giornali non hanno tempo di occuparsi degli ebrei assassinati oggi: è molto più redditizio piangere, se proprio tocca, su quelli di ieri. E rimettere, oggi, sugli altari quelli che provvedono a toglierli dai piedi.
Questa sera è iniziato Pesach, la Pasqua ebraica, e avevo in mente di fare un post di auguri, come al solito. Poi alla fine ho deciso di no. C’è da parlare di quel ragazzino, Daniel, che aveva 16 anni e che stava tornando da scuola e che aveva la vita davanti e qualcuno ha deciso di chiuderla, quella vita, con cinquanta, sessanta, settanta anni di anticipo perché Daniel era ebreo e i seguaci della religione di pace e i pacifisti di professione non possono aspettare tutti quegli anni che uno sporco ebreo crepi di morte naturale. E allora si comprano missili da 280.000 dollari. O si sguinzagliano cani, come i nazisti. C’è da parlare di quel ragazzino perché i giornali non lo fanno e la televisione non lo fa e la radio non lo fa, e qualcuno bisognerà pure che lo faccia. E dunque al diavolo gli auguri. Riposa in pace, piccolo Daniel, e possa non riposare mai chi ha voluto la tua morte e chi l’ha esaltata.

barbara


12 aprile 2011

IL MONDO ALLA ROVESCIA DEI PERFIDI GIUDEI

Quei diabolici ebrei e le loro diavolerie salva-vita

di David Horovitz


Quei diabolici ebrei! Fanno di tutto per renderci così difficile ucciderli.
Hanno portato via tutti fino agli ultimi padre, madre e bambino dalla striscia di Gaza, dove ci era più facile colpirli. Hanno ritirato anche l'esercito, fino all'ultimo carro armato e soldato. L'unico soldato israeliano rimasto in tutta la striscia di Gaza, da cinque anni a questa parte, è l'ostaggio Gilad Shalit.
Alcuni di loro pensavano che così facendo avrebbero saziato le nostre brame. Imbecilli. Pensavano che la "comunità internazionale" ci sarebbe saltata addosso (come fa con Gheddafi) se fossimo andati avanti ad attaccarli e ucciderli anche dopo che si erano ritirati da Gaza. Stupidi. Chiaro che non abbiamo nessuna intenzione di fermarci, ed è chiaro che nessuno farà nulla per fermarci. Non ci fermeremo finché non saremo riusciti a terrorizzarli e cacciarli da tutta la Palestina. E non è che ne facciamo un segreto: è scritto a chiare lettere nella nostra carta costitutiva.
Ma, santo cielo, non se ne vanno tanto facilmente. Ed evidentemente tengono in gran conto la vita umana. Persino quella della nostra gente. Noi ci danniamo per assicurarci che i nostri combattenti siano sempre circondati da donne e bambini, prima che aprano il fuoco, e per assicurarci che siano indistinguibili dai civili, tutti senza uniforme. E questi ebrei insistono con quel maledetto vizio di non aprire il fuoco se non sono ragionevolmente sicuri di colpire soltanto i nostri uomini (ora lo ammette persino Goldstone). Incredibile: noi facciamo di tutto perché resti uccisa gente comune, e loro fanno di tutto perché non succeda. Ma che razza di mondo alla rovescia è mai questo? Ma come fanno a sapere chi sono i nostri combattenti? Pensate alla quantità di risorse che spendono per assicurarsi di non colpire la gente sbagliata! Grazie al cielo il resto del mondo è troppo stupido o troppo ottuso per rendersi conto di quello che succede, e non ha ancora capito che noi piazziamo deliberatamente la nostra gente sulla linea di tiro, mentre questi ebrei fanno di tutto per non colpirla.
E la loro, di vita? Come dicevo, sta diventando sempre più difficile ucciderli. Hanno approntato sistemi di allarme e di pre-allarme, e rifugi, e stanze di sicurezza rinforzate, e blocchi di cemento protettivo, e servizi medici di pronto soccorso eroici e fantastici. Si immagini se anche noi adottassimo quel genere di misure: più nessuno dei nostri resterebbe ucciso, e allora dove andremmo a finire? Ora che ci penso, non avremmo bisogno di adottare nessuna di quelle misure se solo la smettessimo di sparargli addosso. In fondo, non sono mica loro a sparare per primi. Ma se noi smettessimo di sparare, come potremmo continuare a lamentarci davanti al mondo di quei cattivi dei sionisti? Come potremmo mantenere dalla nostra parte l'Onu e tutti quegli altri creduloni sprovveduti? Come potremmo continuare ad alimentare fra la nostra gente la febbre dell'odio anti-ebraico? Come potremmo continuare a servire la nostra nobile e sanguinaria causa?
E poi - che siano dannati loro e le loro invenzioni tanto intelligenti - non si sono accontentati degli allarmi e dei rifugi. Ora se ne sono venuti fuori con questa diavoleria della "cupola di ferro". In un milione di anni non avremmo mai pensato che funzionasse: un congegno per sparare razzi contro i nostri razzi, facendoli fuori direttamente in cielo. Sì, proprio così, qui non si tratta di Xbox o di Playstation. E dire che l'ultima volta che ho guardato, c'era un cielo piuttosto vasto, là fuori. Eppure - che io sia dannato - ce l'hanno fatta. Dieci dei nostri razzi sono scoppiati nel bel mezzo del cielo solo negli ultimi due giorni. Che schifo! Questa volta eravamo sicuri che saremmo riusciti a realizzare qualche succoso ammazzamento, con quella raffica di lanci (120 in 48 ore). Voglio dire: loro stessi dicevano che il sistema non è ancora perfettamente a punto, che è ancora in fase sperimentale, i loro mass-media prendevano in giro i progettisti, come se fossero stati certi che era tutto inutile.
A volte, giuro, comincio a chiedermi se il padre eterno non sia per caso dalla loro parte. Pazzesco, vero? Non so cosa mi stia capitando. Ma guardiamo ai fatti. Quest'ultimo fine settimana abbiamo avuto un Grad che si è abbattuto vicinissimo agli uffici di un kibbutz, un altro a pochi passi da una scuola di Ofakim: e neanche una vittima. Poco prima, giovedì scorso, vicino al kibbutz Sa'ad avremmo potuto colpire uno splendido scuolabus tutto giallo pieno di scolari, che sembrava fatto apposta per essere facilmente centrato, e invece macché: erano appena scesi quasi tutti appena prima che lo colpissimo, e tutto quello che abbiamo fatto è ferire un adolescente e l'autista.
Cosa? Come dite? Provare, noi, a mettere da parte le armi e interiorizzare la sacralità della vita umana? Sciocchezze. E poi magari mi chiederete anche di fare la pace con loro, di riconoscere che hanno diritto di vivere qui, di costruire uno stato accanto al loro, di dare alla nostra gente un futuro migliore, di lasciar perdere guerra, e violenza, e morte, e uccisioni e provare a concentrare le nostre attenzioni su qualcosa di più positivo e costruttivo. No, questo mai. Lo dico e lo ripeto: mai e poi mai.

(YnetNews - da israele.net ,11 aprile 2011)

È un fatto, ed è ora che ci decidiamo a dirlo nel modo più chiaro e franco: di questi perfidissimi giudei non se ne può più.


barbara


15 febbraio 2011

LA MIGLIORE DELLA SETTIMANA

Mahmoud al-Zahar, capo di Hamas nella striscia di Gaza, ha criticato gli Stati Uniti per la loro “ingiustizia” nei confronti delle minoranze dicendo: “Chiedete ai cristiani in Egitto e ai cristiani a Gaza come si sta sotto la legge islamica, che è l’unica legge che protegge le minoranze, siano esse ebraiche o cristiane”. (pubblicato in Arutz Sheva)



(Poi, volendo, e senza allontanarci troppo dal tema, potremmo anche chiedere alle donne come si sta sotto la legge islamica, come racconta questa signora qui)

barbara


9 ottobre 2010

SE PERFINO AI FILOPALESTINESI QUALCOSA COMINCIA A PUZZARE

‘Viva Palestina’ e gli umanitari embedded

Autore: barbera. Data: venerdì, 8 ottobre 2010 (qui)



Il nostro giornale cessa di pubblicare il diario di viaggio di uno dei partecipanti a ‘Viva Palestina’. L’autore ci ha chiesto di ritirare anche gli articoli pubblicati: “Se non lo fate ci mandano via dal convoglio”.
InviatoSpeciale ha pubblicato alcuni articoli su una missione ‘umanitaria’ in viaggio per Gaza. I pezzi arrivavano da uno dei partecipanti e raccontavano la cronaca quotidiana della presunta azione di aiuto ai cittadini della Striscia.
Poi, improvvisamente, nella sera di mercoledì scorso è successo un fatto strano. Il nostro collaboratore che seguiva la vicenda ha ricevuto una telefonata dall’autore del reportage. Il ragazzo lo pregava di non mettere in pagina l’ultima delle corrispondenze e gli chiedeva di ‘cancellare’ dalla memoria del giornale le puntate già andate on line.
“Se non togliete i pezzi ci mandano via, secondo alcuni degli organizzatori abbiamo violato il ‘codice etico’ firmato prima di partire. Rischiamo di essere espulsi dalla carovana”, aveva detto Stefano D’Angelo.
Insomma, dal lontano Medio Oriente, in una tiepida serata italiana, arrivava una richiesta di censura su un reportage.
I motivi che avrebbero indotto gli organizzatori ad imporre ‘il silenzio’ potrebbero essere ricercati in alcune affermazioni contenute in uno degli articoli.
Non siamo in grado di conoscere con precisione il perchè durante una missione di pace alcuni degli aderenti siano minacciati ‘di ritorsioni’, ‘richiamati all’ordine’ ed invitati a ‘tacere’. Possiamo però fare delle ipotesi.
Aveva scritto Stefano D’Angelo: “Facciamo una sosta per rifornire che sono oramai le 23, saltano i nervi: un equipaggio neozelandese avvicina il capo-convoglio per avere informazioni che ci vengono fornite troppo raramente. Forse per una risposta non soddisfacente partono grida e spintoni. Il malumore serpeggia: molti sono intimoriti dal dover guidare di notte, altri semplicemente stanchi, i rischi chiaramente aumentano. Poco dopo la mezzanotte in un’area di sosta, il piccolo gruppo si riunisce. Inizia un dibattito sul fatto se restare a dormire o continuare a guidare per altri 180 chilometri. I capi ci convincono a muoverci con la promessa di un albergo a una cinquantina di chilometri. Dopo averne percorsi quasi settanta ci sentiamo presi in giro e stavolta è l’equipaggio italiano a bloccare il furgone alla testa del convoglio. Nasce una nuova accesa discussione: ci fermiamo, vogliamo almeno otto ore di sonno e un incontro con tutti i leader non appena ricongiunti. Veniamo accontentati”.
Secondo quello che siamo stati in grado di capire, questo resoconto, a parere degli organizzatori, presentava una immagine non positiva di ‘Viva Palestina’. Da informazioni non verificate sembrerebbe che nei giorni scorsi altri tre partecipanti, non di nazionalità italiana, siano stati allontanati dalla ‘missione’ per motivi analoghi.
In una breve conversazione telefonica Francesca Antinucci, una delle responsabili italiane della raccolta fondi, ci ha dichiarato che la violazione del già citato ‘codice etico’ permette l’allontanamento dei trasgressori. Ovvero, e questo lo affermiamo noi, chi si macchia della terribile colpa di ‘raccontare’ deve essere cacciato.
La questione dei ‘codici’ è vecchia e riguarda principalmente alcuni reporter al seguito delle truppe durante i conflitti. Questi presunti giornalisti, detti embedded (in italiano ‘incorporati’), sono stati i responsabili della diffusione di informazioni quasi sempre inesatte durante i recenti conflitti in Afghanistan ed Iraq. Ai militari ed ai governi non piace che le guerre siano descritte e tanto meno gli orrori e le contraddizioni che provocano.
Dopo l’esperienza del Vietnam gli Stati Uniti hanno inventato la ‘sovranità limitata dell’informazione’. In quella guerra, nonostante gli sforzi governativi per nascondere la realtà, decine di inviati descrissero senza alcuna reticenza gli avvenimenti permettendo al popolo americano di capire per davvero quello che accadeva.
Da allora i belligeranti hanno applicato norme sempre più restrittive, limitando e spesso impedendo l’attività della stampa.
In questa attività di ‘silenziamento’ il governo di Tel Aviv e Tsahal, l’esercito israeliano, sono molto efficaci, ma neppure si deve dimenticare il cannoneggiamento statunitense sull’hotel Palestine a Baghdad, il luogo di residenza di numerosi giornalisti durante i terribili giorni dell’invasione dell’Iraq. Non sono da meno, per rimanere in Medio Oriente, sia Hamas che l’Autorità nazionale palestinese.
Adesso è la volta degli ‘umanitari embedded’. Tuttavia, è impensabile anche supporre che chi sostiene di voler ‘aiutare’ le popolazioni civili colpite da conflitti, embarghi o dittature ritenga di applicare durante le proprie azioni umanitarie ‘codici etici’ limitativi della libertà di espressione dei partecipanti e che ricordano quelli imposti dagli eserciti.
Nella mattinata di ieri abbiamo ricevuto una nuova telefonata dal Medio Oriente nella quale ci veniva chiesto per la seconda volta di ritirare gli articoli pubblicati.
Poi ci è arrivata dal giovane partecipante ‘loquace’ della carovana una mail contenente questo testo agghiacciante:

“Io sottoscritto Stefano D’Angelo, dichiaro di aver firmato, prima della partenza del convoglio VivaPalestina5, il codice di condotta al quale devono attenersi tutti i partecipanti. Ho accettato, in particolare, anche i punti seguenti:
- Accetto che ci saranno un certo numero di portavoce per il VP5, incaricati ufficialmente, ai quali durante convoglio andranno indirizzate le richieste di informazioni da parte della stampa.
- Non dirò nulla alla stampa o ai mezzi di comunicazione sociale che screditi VP5.
- Sono cosciente del fatto che le dichiarazioni pubbliche rese alla stampa o ai mezzi di comunicazione sociale possono essere raccolte da chi intende minare gli sforzi per porre fine all’assedio di Gaza.
Riconosco di aver violato questi punti del codice di condotta pubblicando miei articoli su un sito italiano (InviatoSpeciale,
ndr) e, quindi, l’invito che mi è stato rivolto dal leader del convoglio italiano, Alfredo Tradardi, di rispettare il codice di condotta non ha alcun carattere censorio.
In fede, D’Angelo Stefano.
Lattakia, 7 ottobre 2010?

Pochi minuti dopo, una nuova mail del giovane:

“Spett.le direttore, chiedo che tutto il materiale scritto da me sul suo sito sia ritirato, per motivi che ora non sto qui a spiegarle”.

I toni di questo ‘pentimento’ ricordano, in scala per fortuna, le ‘ammissioni’ di Artur London alla polizia segreta comunista cecoslovacca raccontata nel film ‘La Confessione’ di Costa-Gavras, così come evidentemente gli organizzatori della Carovana mancano del tutto del senso della realtà. Per il “leader” Alfredo Tradardi, sembra rappresentante di Ism-Italia, ‘selezionare’ le informazioni e limitare la libertà di espressione di un individuo non hanno un ‘carattere censorio’.
Il mondo della cooperazione non è sempre ‘trasparente’ o ‘politicamente corretto’. Il pacifismo non di rado è ‘schierato’ e facilmente ignora come nelle guerre i morti, i feriti, tutte le vittime civili e militari non hanno passaporto o divisa. Sono solo ed esclusivamente ‘vittime’. Nulla distingue aggressori o aggrediti quando qualcuno è ferito, ucciso o rimane mutilato per il resto della vita. Nulla giustifica la violenza, mai ed in ogni caso.
Nel caso di ‘Viva Palestina’ ci chiediamo a cosa serva portare cibo, medicinali, aiuti se nello stesso tempo chi lo fa è costretto a subire ‘codici’ che ne limitano la libertà personale, è messo da presunti ‘leader’ nella terribile condizione di subire la minaccia di ‘espulsione’ o gli è imposto di ‘pentirsi’ pubblicamente.
La democrazia non prevede la condivisione obbligatoria del pensiero di capi veri o di capetti presunti. Anzi impone la possibilità per chiunque di valutare, criticare, anche opporsi. Il giovane che mandava ad InviatoSpeciale le sue corrispondenze aveva ed ha il diritto di godere del suo diritto più importante: quello di parola. A prescindere dalle informazioni contenute nei suoi articoli.
Se nei pezzi di D’Angelo gli organizzatori hanno rilevato elementi ‘non veritieri’ o financo ‘mistificanti’ della realtà avrebbero potuto spedire al nostro giornale delle precisazioni o delle rettifiche. Non solo la nostra coscienza, ma la legge sulla stampa ci avrebbero imposto di pubblicare smentite o approfondimenti.
Invece hanno preferito le ‘vie gerarchiche’, spaventando il nostro ‘corrispondente’, che abbiamo sentito al telefono avvilito, stanco, preoccupato ed anche triste.
Se ‘Viva Palestina’, o meglio chi la dirige, suppone di fare qualcosa di utile per i cittadini di Gaza è in errore. In gravissimo errore. Perchè medicinali, cibo, attrezzature, carburante o cemento non servono a nulla se non sono accompagnati dalla libertà.
E, quali che siano ‘i rimproveri’ fatti dagli organizzatori a Stefano D’Angelo, costoro non possono mai ed in ogni caso imporre ‘pubbliche ammende’ o minacciare presunti ‘rei” di espulsione dal convoglio come ritorsione per quello che è stato visto, pensato o scritto.
Infine una domanda: “Chi ha donato soldi per finanziare la ‘spedizione’ è al corrente di come si comportano gli organizzatori di ‘Viva Palestina’?”.
Da oggi le corrispondenze dal convoglio cessano. Ai lettori il giudizio su iniziative del genere. A noi la constatazione che il berlusconismo non è solo un patrimonio del centro destra e che in Italia il fascismo o lo stalinismo dovrebbero essere studiati ancora e con maggior cura di quanto non si faccia oggi. Per il bene di tutti.

Roberto Bàrbera

Vabbè, una rondine non fa primavera, ma è comunque confortante vedere una rondine che vola. O almeno ci prova.

barbara


30 settembre 2010

GERUSALEMME EST: ISRAELE NON «PROVOCA», SI DIFENDE

Domenica delle Palme: code tranquille di pellegrini cristiani si accalcano attorno alle porte della Gerusalemme antica, ripercorrendo le stesse strade calcate da Gesù Cristo. La scena è idilliaca, la folla dei fedeli è multicolore e multirazziale, come a San Pietro durante l'Angelus. Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile della polizia israeliana. Proviamo a pensare la stessa scena se, al posto dei poliziotti con la divisa blu e la camicia azzurra di Israele, ci fossero i miliziani con la divisa nera e i pantaloni mimetici del partito Hamas... I cristiani avrebbero la stessa libertà e tranquillità?
Sì, risponderebbero le autorità del partito islamico, per attirare il consenso dell'opinione pubblica. No, risponderebbero i cristiani di Gaza, che il potere di Hamas lo subiscono ormai da quattro anni e sono costretti a subire intimidazioni, a veder bruciare i propri luoghi di culto e le proprie sedi dell'Ymca, a non doversi sposare in pubblico e con la musica per timore dei nuovi guardiani religiosi dell'ordine, come in un qualsiasi regime integralista islamico. Si dirà che Gerusalemme non è contesa fra Israele e Hamas, ma fra Israele e l'Autorità Palestinese, cioè la Palestina moderata, quella di Abu Mazen e del premier liberale Fayyad, che già da anni permette regolari pellegrinaggi nei luoghi di culto cristiani di Betlemme.
Ma al di fuori di Natale e Pasqua, festività di interesse internazionale, l'Autorità Palestinese garantisce libertà di culto negli altri 363 giorni all'anno? No, a giudicare dalla drastica riduzione dei cristiani nei territori che controlla. A Betlemme erano la maggioranza della popolazione. Adesso sono una sparuta minoranza (15% della popolazione). Il sindaco della città, un musulmano di Hamas, nel 2005 impose addirittura la tassa sugli infedeli, la tradizionale jizya, come ai tempi dell'Impero Arabo e dell'Impero Ottomano: vuoi vivere? Fai atto di sottomissione e paga la tassa ai musulmani. Il giornalista investigativo Khaled Abu Toameh, nel 2007, aveva scritto una lunga inchiesta sulle minacce subite dai cristiani in Cisgiordania (la Palestina "moderata", dunque, non quella di Gaza controllata da Hamas): imprenditori costretti a chiudere, terre rubate, occupate o sottratte con la frode, donne molestate, minacce di morte per chi non si converte. "Dalla fondazione dell'Autorità Palestinese" - scrive Toameh - "Neanche un singolo cristiano ha ottenuto un posto di rilievo nell'amministrazione pubblica".
Se i cristiani subiscono una persecuzione strisciante, non dichiarata e dissimulata da tolleranza (e la Chiesa, soprattutto quella locale, continua a parteggiare per la causa palestinese), la presenza degli ebrei in Palestina è a dir poco inconcepibile. I luoghi di pellegrinaggio ebraici, come la Tomba dei Patriarchi a Hebron, sono costantemente a rischio. Gli ebrei che vi si recano, devono farlo con la scorta della polizia, in autobus con i vetri blindati, spesso oggetto di sassaiole. Nella striscia di Gaza, quando gli ebrei dovettero lasciare le loro case e le loro serre al momento del disimpegno militare (estate del 2005), le sinagoghe rimaste furono tutte bruciate dai nuovi padroni del territorio.
Perché è bene ricordare questa intolleranza palestinese musulmana, latente e manifesta, quando è Israele che sta "ostacolando" il processo di pace con la costruzione dei nuovi insediamenti? Perché il problema è lo stesso: i palestinesi non accettano la presenza di ebrei nel loro futuro territorio. La loro presenza, la loro stessa esistenza è l'"ostacolo" che tanto fa indignare l'opinione pubblica internazionale, l'Onu, l'Ue e Obama. I palestinesi non accettano la presenza di ebrei nei territori che sono già amministrati dall'Autorità Palestinese. Non li accettano nei territori che prevedono di amministrare nei prossimi due anni, compresa Gerusalemme Est che, pur essendo territorio israeliano al 100%, è già stata proclamata dal governo palestinese come capitale del futuro Stato indipendente.
Il premier Fayyad aveva dichiarato, solo nel 2008, che non ci sarebbero stati problemi a dare la cittadinanza e tutti i diritti ai cittadini ebrei della futura Palestina indipendente. Ma adesso ha gettato la maschera, indignandosi per la costruzione di 1600 appartamenti a Ramat Shlomo, in un quartiere di Gerusalemme Est. Al di là della confusione mediatico-diplomatica che si è creata attorno al caso, la sostanza del problema è che: non accetta la presenza di 1600 famiglie ebraiche nel suo territorio. Non vuole neppure sentir parlare di 20 (venti) nuovi appartamenti nella struttura di Sheikh Jarrah, in un'area che apparteneva agli ebrei prima della Guerra di Indipendenza (1948), poi fatta sgomberare con la forza dai soldati giordani occupanti.
Per i palestinesi più militanti, più vicini a Hamas, non solo è un problema la presenza di nuove case ebraiche nell'Anp o nella futura Anp, ma anche quello che gli ebrei fanno nei quartieri ebraici. L'inaugurazione della sinagoga Hurva, ad esempio, è un fatto interamente interno al quartiere ebraico di Gerusalemme. Eppure ha scatenato una rivolta alimentata da Hamas ("giornata della rabbia") e appoggiata dal movimento islamico israeliano, formato da cittadini israeliani di religione musulmana. La sinagoga Hurva, storicamente importante per Israele (fu visitata da Herzl all'alba del sionismo e fu teatro del primo reclutamento della Legione Ebraica, il primo progenitore dell'esercito israeliano nella I Guerra Mondiale), fu fatta saltare in aria nel 1948 dalle truppe occupanti giordane. Dopo aver compiuto questo bel gesto di intolleranza religiosa, il comandante della Legione Araba ebbe anche modo di dichiarare con orgoglio: "Per la prima volta in mille anni non resta un solo ebreo nel quartiere ebraico di Gerusalemme". E questo a soli tre anni dalla fine dell'Olocausto. La "giornata della rabbia" non può che essere letta, dunque, una protesta contro gli ebrei che "osano" ritornare nei loro quartieri.
Ed eccolo che riaffiora, il passato recente: quando Gerusalemme Est fu occupata dalla Giordania, dal 1948 al 1967, gli ebrei furono oggetto di un'espulsione di massa. Non solo la sinagoga Hurva, ma anche tutte le altre sinagoghe, i negozi, le case, le biblioteche, furono date alle fiamme. Una comunità antica di 1000 anni, sopravvissuta sotto le autorità prima arabe e poi ottomane, subì un tentativo di cancellazione fisica. Gli ebrei lo ricordano. E venderanno cara la pelle prima di cedere di nuovo, a un'Autorità Palestinese tutt'altro che tollerante, tutta la metà orientale della loro capitale. È questo ciò che le cancellerie occidentali (compreso Berlusconi) vedono come un "ostacolo" al processo di pace. È questa tenacia a non veder replicare il passato che fa indignare Barack Obama e lo induce a far entrare Netanyahu dalla porta di servizio della Casa Bianca, abbandonandolo da solo, nella sala Roosevelt, mentre lui andava a mangiare, nel bel mezzo della trattativa. (libertiamo, 29 marzo 2010, qui)

Davvero di scottante attualità questo articolo di sei mesi fa. Da leggere, da meditare, da stampare e incorniciare, da imparare a memoria.


barbara


26 settembre 2010

VOGLIAMO RIPASSARE UN PO’ DI STORIA?

Abbiamo tutti tanti problemi, lo so, e non possiamo porre mente a tutto, avere presente tutto, ricordare tutto. Per questo vi voglio aiutare riproponendovi questo articolo di otto anni e mezzo fa che ci ricorda alcune cose che, pur essendo state scritte su tutti i giornali (vero che lo sono state?) avete forse dimenticato.

"Arafat rischiava di essere cacciato dalla sua gente"


West Bank e Gaza sono state sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito al tragico sfacelo economico e politico. Prima della nuova Intifada il leader dell'Anp era stato accusato del tracollo della Cisgiordania

di Francesco Ruggeri da West Bank, LIBERO 5.04.02

"Se non avesse lanciato la seconda Intifada contro Israele, firmando l'accordo con Barak la rivolta l'avrebbe subita lui per mano della sua stessa gente". Ahmed e Fatim sono due palestinesi di Beit Jalla che non hanno dimenticato cosa si pensava in Cisgiordania fino a un anno e mezzo fa del Presidente dell'Autorità palestinese Arafat, prima che la ripresa della guerra con lo Stato ebraico lo trasfigurasse in un eroe. Negli anni di governo autonomo dell'Anp dopo gli accordi di pace di Oslo, la cattiva gestione di Arafat era diventata un luogo comune, conducendo West Bank e Gaza sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito allo sfacelo economico e politico. Si è spesso detto che la spinta decisiva a riaccendere le ostilità fosse da attribuire alla pressione ideologica degli estremisti islamici, sottovalutando il peso della polveriera palestinese a livello sociale di base. Una situazione divenuta esplosiva negli anni dell'amministrazione di Arafat, il quale ne ha rovesciato l'intera responsabilità sugli israeliani, dimenticando le proprie.
Prima della creazione dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese, nel 1993 il reddito procapite dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sfiorava i 2800 dollari ossia circa il 40% di quelli delle controparti israeliane di allora, e addirittura cresceva a un ritmo più veloce rispetto ai vicini di Gerusalemme. Mantenedo un identico tasso di crescita, nel 2000, alla vigilia dell'Intifada, il reddito dei palestinesi avrebbe dovuto essere di circa 7000 dollari a testa, e invece era di 1300 e già nel 1998 era sceso a 1800.
Solo nei primi due anni di autonomia un terzo degli imprenditori di Gaza aveva chiuso i battenti e gli investimenti esteri erano calati dai 520 milioni di dollari del '93 ai 220 del '97, mentre i beni fabbricati nei territori scendevano dal 50% del totale manifatturiero israeliano pre-Anp a un misero 2% già nel 1996, e l'occupazione diminuiva del 32%.
Tutto ciò nonostante la contemporanea iniezione nell'economia palestinese di 7.2 miliardi di dollari(15.000 miliardi di lire) tra Oslo e l'Intifada da parte di 43 stati esteri "donatori", e molti altri versati dal governo israeliano e dai Paesi arabi sotto forma di tasse e diritti doganali, senza contare i 2 miliardi di dollari di soli interessi provenienti ogni anno da conti e investimenti esteri controllati da Arafat. Il quale ha sempre impedito ai businessmen palestinesi da lui indipendenti che avevano sfondato all'estero di portare la loro esperienza, e ha anzi costretto tutti gli imprenditori locali a partnership forzate con il carrozzone industriale di stato, quella 'Al Behar Company' intestata a sua moglie che impone commissioni del 50% sui beni prodotti.
Ma anche tutti gli altri monopoli statali sono affidati ai suoi protetti: 'Al Bak-har' (case di lusso, cemento, ferro) al capo del suo staff Ramzi Khouri, al consigliere Hassan Asfour quello del petrolio e a Nabil Abu-Rouday il farmaceutico; al capo della sicurezza di Gaza Muhammed Dhalan quello delle tasse doganali, all'emissario dell'Onu Nabil Shaath i computer, al vice Abu Mazen la 'Sky pr' di import-export, a Yasser Abbas la 'Paltech' di elettronica, al negoziatore di Oslo Abu Ala le sigarette e al capo della sicurezza Jibril Rajoub il casinò di Gerico.
Quanto poi alla metà del budget del tesoro palestinese che non ha preso la via dei conti personali di Arafat e dei suoi in banche straniere, è stata invece dilapidata in prebende per l'enorme entourage del presidente e dei suoi 'famigli' nella pubblica amministrazione. Una cleptocrazia composta dai circa 10.000 accòliti dell'Olp premiati al rientro da Tunisi con ville e Mercedes sulla alture di ramallah o sul mare di Gaza city. O dagli 80.451 impiegati dei 24 ministeri (per qualche milione scarso di persone) o i 41.000 membri dei ben 14 differenti servizi segreti o dalle schiere di dipendenti di agenzie ed enti inutili, come il "Palestinian iniziative for the promotion of global dialogue".
Fin dal suo nascere nel '64 l'Olp aveva attirato una marea di ex-poliziotti corrotti, criminali, militari deviati, gente di strada senza arte né parte, uniti dalla cieca lealtà al leader, tradita unicamente per ulteriore denaro, come nel caso di Jaweed al-Ghussein, per 12 anni a capo delle finanze prima di sparire a Londra con 6 milioni del Palestinian Nation Fund.
In un tale contesto si può ben comprendere l'origine della miseria nera in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle élite protette, e che fa da incubatrice per i kamikaze motivati dalla disperazione, più che dalla religione o dalla lotta di liberazione. Chi tra loro non ha perso la memoria, all'esterno dell'incompleta clinica oncologica di Beit Jalla, ci dice che "... Il vertice dell'Anp dovrà prima o poi rispondere della montagna d'oro che ha rubato invece di costruire fabbriche, scuole, ospedali e impianti per l'acqua, o aiutare i profughi nei Paesi amici". Rinfocolando la lotta contro Israele, Arafat si è forse sottratto a un epilogo non dissimile da quello di altri padri padroni della patria, dai Suhartos ai Marcos, ma non certo al giudizio della storia.

Decisamente troppo ottimista il nostro Francesco Ruggeri, visto che al terrorista assassino, depredatore – oltre a tutto il resto – dei palestinesi (non dico del “suo” popolo, dal momento che Arafat era egiziano e non palestinese) vengono invece intestate vie e targhe commemorative. Ma noi, uomini e donne di buona volontà, non smetteremo di batterci, finché avremo fiato, infischiandocene di minacce e intimidazioni, contro ogni tentativo di mistificazione e depistaggio, per fare emergere la verità.


Villa di Abu Mazen

        
    Villa di Suha Arafat, vista da due diverse angolazioni

barbara


25 agosto 2010

INDOVINA INDOVINELLO

 Dove sono state scattate queste splendide foto?









































































Signore e signori,

benvenuti a Gaza!


21 agosto 2010

QUOUSQUE TANDEM...

Lettera aperta al segretario generale dell’Onu

Gentile Segretario Generale Ban Ki Moon,
mi permetto di disturbarla per una questione che ritengo di qualche importanza nei confronti di quella Pace che l'istituzione che lei rappresenta dovrebbe, credo, perseguire. Sappiamo che il suo collaboratore Goldstone - del quale non vogliamo ricordare in questa sede, in quanto fuori tema, il fosco passato di fedele servitore del regime sudafricano di apartheid, riccamente corredato di condanne a morte inflitte ad attivisti neri - ha costruito il suo notorio rapporto in modo scorretto, fazioso, parziale, finalizzato alla demonizzazione di Israele, ma che tuttavia non ha potuto completamente evitare di menzionare le migliaia di razzi sparati da Gaza su Israele, prendendo regolarmente di mira aree densamente popolate e del tutto prive di obiettivi militari, e di chiederne conto all'Autorità Palestinese.
Leggo, nelle risposte che lei ha ricevuto, che i gruppi della resistenza armata di Gaza non mirano intenzionalmente ai civili israeliani (did intentionally target Israeli civilians), e che si limitano a sporadici lanci di semplici razzi e mortai (sporadic “crude rocket” firing and mortar shelling), Se, eventualmente, dei civili sono rimasti colpiti, questo è avvenuto unicamente per la natura estremamente grossolana delle armi utilizzate e l’impossibilità di controllare dove finiscono i razzi sparati (If and when civilian targets or populations have been affected by such “crude rocket” firing, it was essentially because of the crude nature of the weapon and the inability to control where the fired projectile lands). Non essendovi quindi la chiara intenzione di colpire civili innocenti, il lancio di missili non può essere considerato una violazione delle leggi umanitarie internazionali (While this is in no way intended to justify any harm caused to innocent civilians, it cannot be considered a violation of international humanitarian law). Si dovrebbe poi investigare caso per caso sui pretesi incidenti che abbiano colpito dei civili o le loro proprietà, ed i gruppi della resistenza palestinese dovrebbero cooperare in simili verifiche con il governo di Israele (each alleged incident of harm to civilian persons or civilian property would have to be investigated on an individual basis, and the Palestinian Independent Commission is not in a position to do so without the cooperation of both the Government of Israel and the armed resistance groups in Gaza). Ma come sarebbe possibile se rifiutano comunque perfino di sedersi allo stesso tavolo?
Gentile Segretario Generale, le chiedo di dirmi fino a quando (le ho qui tradotto il titolo quousque tandem nel dubbio che lei non comprenda, a causa delle sue origini, il latino più elementare) il mondo civile dovrà far finta di credere a tutte le menzogne, a tutte le falsità, a tutte le prese in giro di certi personaggi che meriterebbero solo di essere sbattuti in galera per il resto dei loro giorni, e non certo di ricevere quantità enormi di denaro messo a disposizione dai paesi civili.
È mai possibile che l’esperienza del passato non serva a niente? L’ONU ha preso il posto della Società delle Nazioni, dimostratasi inadatta per lo scopo per il quale era stata creata, ma è caduta in errori, quando non veri e propri crimini, ancora peggiori. E lei certo sa, signor Segretario Generale, quale è stato il risultato di quegli errori.

Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

PS: le allego, per sua informazione, nel caso non ne abbia avuto già conoscenza, copia del video che dimostra il modo di passare la giornata di questi prigionieri di quel carcere a cielo aperto, vittime di apartheid, sterminio, genocidio, olocausto. Ma non è una presa in giro, tutto questo?
http://elderofziyon.blogspot.com/2010/08/new-video-of-gazan-suffering-starvation.html

Sì, certo che è una presa in giro, ma si direbbe che il mondo non desideri di meglio che di farsi prendere in giro, e quindi temo proprio che la fine di tutto questo non la vedremo mai. Anche perché molto prima finiremo noi.

    

barbara


2 agosto 2010

LETTERA APERTA A MAHMOUD ABBAS

Gentile presidente Mahmoud Abbas, nom de guerre Abu Mazen, giusto per non rischiare di dimenticare che lei è un uomo di pace (anche se, mi permetta di dirlo, essendo abituato a trattare con persone più o meno "normali", l'avere a che fare con identità e personalità multiple mi mette un tantino a disagio), ho appreso con grande interesse (sì, lo confermo, davvero grande interesse) che lei, in qualità di Presidente dell’Autorità Palestinese, ha dichiarato che, qualora venisse creato uno Stato palestinese nelle regioni di Giudea e Samaria, i cittadini israeliani “non vi potranno mettere piede”. Ha anche aggiunto che “nessun militare ebreo” potrà far parte di forze internazionali che eventualmente dovessero stazionare nelle terre dello stato palestinese. Ed infine, leggo ancora, lei ha dichiarato anche che nessun cittadino israeliano potrà vivere nello stato che lei si augura di presiedere in un prossimo futuro.
Uno stato Judenrein.
Ed ora le spiego le ragioni del grande interesse che queste Sue affermazioni mi hanno suscitato.
Ho sempre saputo ed affermato che le persone più vicine ai suoi ideali politici e culturali sono strettamente legate agli ideali nazisti di Hitler e del di lui amico Gran Muftì Haji Amin al Husseini; molti, tuttavia, non davano ascolto a questa mia opinione anche a causa del lungo tempo trascorso da quegli avvenimenti - ai quali Lei, peraltro, ha ritenuto di dover dedicare la Sua tesi di laurea allo scopo di sminuirne la portata e negarne la gravità.
Ora, e la ringrazio, lei mi dà la dimostrazione che quanto io ho sempre sostenuto è assolutamente vero ed attuale.
Grazie, signor Presidente
Emanuel Segre Amar

Nota aggiuntiva per i lettori: d’ora in poi le lettere aperte di Emanuel Segre Amar le potrete leggere solo qui, in quanto Sua Santità il Reggitore Supremo delle sorti di Informazione Corretta, dopo averle sfrattate dalla home page e relegate nello sgabuzzino delle lettere, ha definitivamente e irrevocabilmente licenziato l’autore delle suddette lettere. Mi auguro che qualcuno voglia, leggendole qui, raccoglierle e diffonderle ulteriormente per dare loro la visibilità che meritano. Colgo l’occasione, visto che di Palestina stiamo parlando, per invitarvi a dare un’occhiata a questa particolarmente ricca documentazione sulla spaventosa crisi umanitaria in atto a Gaza, determinata dal feroce assedio da parte del perfido giudeo.
(Rivado, ma stavolta torno presto, e per consolarvi della mia assenza vi offro un invito all’opera)


barbara


12 giugno 2010

«LA PIÙ GRANDE PRIGIONE DEL MONDO»

ll mito dell'assedio di Gaza

di Jacob Shrybman*

Quando il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon parla di "assedio della striscia di Gaza" (come se si trattasse di Sarajevo o di Leningrado), bisognerebbe chiedersi di quale assedio, o blocco, stia parlando visto che nella striscia di Gaza sono entrate, solo nel 2009, 738.576 tonnellate di aiuti umanitari.
Dopo la campagna militare israeliana anti-Hamas del gennaio 2009 (circa 1.300 morti), le Nazioni Unite hanno garantito al milione e mezzo di abitanti della striscia di Gaza aiuti per 200 milioni di dollari, mentre alla fine del gennaio scorso - nonostante tutti i piani per raccogliere più fondi - garantivano solo 10 milioni di dollari alle vittime del terremoto di Haiti (230.000 morti su 3 milioni di abitanti). Naturalmente senza considerare il fatto che gli abitanti di Haiti non avevano attaccato nessuna popolazione civile vicina per quasi dieci anni.
La comunità internazionale ha accettato ciecamente un'impudente menzogna circa l'assedio israeliano alla striscia di Gaza, ignorando i dati di fatto reali. Da anni gli aiuti umanitari internazionali affluiscono speditamente nella striscia di Gaza, e non si sono in alcun modo fermati dopo l'operazione Piombo Fuso, visto che 30.576 autocarri di aiuti vi sono entrati nel 2009. Sempre nel 2009 sono state trasferite nella striscia di Gaza 4.883 di materiale mediche. Proprio il mese scorso è stata portata a Gaza una nuova macchina per la tomografia assiale computerizzata.
La striscia di Gaza viene anche spesso definita "la più grande prigione del mondo", intendendo che gli abitanti vi sarebbero rinchiusi come in una gabbia a cielo aperto. Eppure, sempre nel 2009, sono stati 10.544 i pazienti e loro accompagnatori che sono usciti dalla striscia di Gaza per ricevere trattamento medico in Israele: solo la scorsa settimana quasi cinquecento pazienti e loro accompagnatori sono passati da Gaza in Israele per essere curati.
Ecco perché lo scorso 24 febbraio il coordinatore speciale delle Nazioni Unite per il Medio Oriente, Robert Serry, nel corso di un incontro con il presidente israeliano Shimon Peres ha dichiarato che "non c'è una crisi umanitaria a Gaza". Serry ha solo lamentato la penuria di alcuni materiali da costruzione che, ha spiegato il ministro degli esteri israeliano Avigdor Lieberman, Gerusalemme tende a bloccare perché sa per esperienza che Hamas spesso li sequestra e li utilizza per i propri scopi paramilitari (fabbricazione di razzi e bunker).
Invece due congressisti americani come Keith Ellison e Brian Baird, che hanno visitato Sderot con lo Sderot Media Center, hanno corroborato l'idea di un "assedio di Gaza". Evidentemente ignorano il fatto che il loro segretario di stato Hillary Clinton ha stanziato 900 milioni di dollari in aiuti da mandare alla striscia di Gaza all'indomani dell'operazione Piombo Fuso. Un rapporto USAID e Dipartimento della Difesa che si è occupato di calcolare gli aiuti mandati ad Haiti dopo il devastante terremoto, ha rilevato che, alla fine del mese scorso, tutti i programmi di aiuti governativi americani inviati ad Haiti ammontavano a poco più di 700 milioni dollari, vale a dire quasi 200 milioni meno di quelli per la striscia di Gaza controllata da un'organizzazione terroristica.
È passato più di un anno dalla campagna israeliana anti-Hamas e la comunità internazionale ancora si dà credito alla frottola dell'"assedio di Gaza". Intanto lo Sderot Media Center ha registrato più di 230 fra razzi e obici di mortaio che hanno raggiunto Israele in quest'ultimo anno.
Il segretario dell'Onu Ban Ki-moon dovrebbe visitare il kibbutz Nirim per vedere un edificio distrutto da un Qassam solo la settimana scorsa, o il moshav Netiv Haassara nelle cui serre, colpite da un Qassam giovedì scorso, è rimasto ucciso un lavoratore thailandese, anziché contribuire a promuovere il mito dell'assedio di Gaza andandovi in pellegrinaggio. (YnetNews, marzo 2010 - da israele.net)

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*Jacob Shrybman è vice direttore dello Sderot Media Center

Ecco, lo vedete come vanno le cose, io ieri sera ho preparato questo articolo per metterlo oggi nel blog, e che cosa fa oggi Ugo Volli? Scrive questa cosa qui. Ho già avuto occasione di dirlo, ma lo ripeto: Ugo Volli, grazie ai potenti mezzi messigli a disposizione dal Mossad, mi spia dentro al computer.

barbara


11 giugno 2010

QUELLO CHE DAVVERO INTERESSA AGLI AMICI DEI PALESTINESI

La distruzione di Israele per gradi

di Marcello Cicchese

Dopo l'«assalto» di Israele alla flottiglia dei «pacifisti» e il successivo «massacro» compiuto dai militari israeliani (così hanno presentato le cose molti giornali), da diverse parti è stato sollevato il timore (o la speranza) di una terza intifada palestinese. Il semplice fatto di far balenare questa possibilità tende a far credere che la seconda intifada sia stata uno scoppio incontenibile di rabbia popolare prodotta dalla «disperazione» in cui sono stati fatti piombare i poveri palestinesi. E se la disperazione aumenta - si pensa - è chiaro che il fatto potrebbe ripetersi e aggravarsi.
Ma le cose non stanno così, per il semplice fatto che la disperazione non c'entra niente con tutto quello che è avvenuto e sta avvenendo nei territori palestinesi. L'interpretazione autentica di quello che avrebbe voluto essere l'intifada del 2001 fu fornita in prima persona dall'allora autorevolissimo ministro palestinese per le questioni su Gerusalemme, Faysal al-Husseini. In un suo discorso tenuto a Beirut nel marzo 2001 (ved. Notizie su Israele 1), questo raffinato esponente dell'aristocrazia palestinese aveva pazientemente esposto ai libanesi anti-israeliani - che forse erano un po' troppo precipitosi nella loro ira contro lo Stato ebraico - una lezione accademica il cui titolo avrebbe potuto essere «La distruzione di Israele per gradi». Il sistema da usare per ottenere lo scopo deve prevedere - secondo la lezione - una sapiente alternanza di atti di finta pace con atti di vera guerra. Con la finta pace degli accordi di Oslo, di cui era stato uno degli artefici, e sotto il governo di Ehud Barak, diversi "tabù" israeliani erano stati infranti e alcuni importanti risultati raggiunti: la legittimazione giuridica dell'OLP, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi del 1949, la messa in discussione di Gerusalemme come "unica e indivisibile capitale di Israele". L'elezione di Ariel Sharon a capo del governo minacciava di vanificare i risultati ottenuti con la finta pace e quindi era giunto il momento di passare ad atti di vera guerra. Ecco uno stralcio della sua lezione di strategia terroristica:

«Noi siamo convinti che gli scontri in Gerusalemme scuoteranno il mondo dall'Indonesia al Marocco. E questo sarà un segno per gli USA, che saranno costretti a capire che il loro appoggio a Israele distruggerà la stabilità in tutta la regione. Ci troviamo davanti a una battaglia, e a questa adesso ci stiamo preparando. Non dobbiamo permettere che Sharon abbia successo sulla questione della sicurezza, perché questo significherebbe la nostra sconfitta politica.»

Dunque nessuna incontenibile rabbia popolare era alla base della seconda intifada, ma un preciso calcolo politico mirante a ottenere il coinvolgimento internazionale contro Israele, a cominciare dagli Stati Uniti. A distanza di nove anni si può dire senza ombra di dubbio che quella intifada è fallita e che Israele ha vinto la sua battaglia.
Non ci sarà dunque una terza intifada simile alla seconda per il semplice fatto che gli organizzatori hanno capito che ormai la cosa non funziona. Ci sarà invece, anzi è già cominciata e continuerà a tempo indeterminato, una terza intifada diversa nella tattica dalla precedente, ma del tutto uguale nell'obiettivo finale: la distruzione di Israele attraverso il coinvolgimento della comunità internazionale. Gli attentati suicidi presentati come atti di disperazione popolare, oltre che essere sempre più difficili da eseguire per le fastidiose ed efficaci contromisure israeliane, non commuovono più molto il mondo, anche perché qualcuno ha cominciato a temere che possano essere esportati anche in casa propria. E anche il tema delle crudeli sofferenze imposte ai poveri palestinesi dal «muro dell’apartheid» è stato ormai ampiamente sfruttato senza ottenere risultati apprezzabili.
A qualche degno epigono del compianto (dai palestinesi) Faysal al-Husseini deve allora essere venuta in mente la brillante idea di valorizzare il tema dell'«assedio a Gaza», e la cosa sta ottenendo risultati davvero incoraggianti per gli ideatori. Il termine «occupazione» non può più essere applicato a una Gaza ormai «judenrein», cioè totalmente purificata da ogni contaminazione ebraica (ma guai a parlare di antisemitismo quando si nomina Hamas). Il termine «assedio» invece è ricco di suggestive risonanze. L'assedio classico tende a far capitolare il nemico per fame, e chi non si commuoverebbe al pensiero dei poveri palestinesi fatti morire d'inedia dagli spietati ebrei? Per la precisione si dovrebbe parlare di israeliani, e nelle dichiarazioni ufficiali questo si fa, ma nello stesso tempo si fa in modo che qualche arabo-israeliano alzi la sua voce di dissenso, come è avvenuto con la presenza di una deputata araba-israeliana tra i «liberatori» della flottiglia turca. Quindi è chiaro che se gli arabi-israeliani si dissociano, quelli che restano non possono che essere ebrei.
La plateale discesa in campo della Turchia, supportata dal plauso dell'Iran, rappresenta poi il vero capolavoro di questa nuova impresa. A farsi avanti non è più una delle nemiche storiche di Israele, cioè una di quelle nazioni che hanno già preso sonore sberle dal nemico che volevano distruggere, ma una nazione islamica «moderata», amica fino ad ora di Israele. Anche lei vuole portare aiuti umanitari a Gaza, e guai a dire che i palestinesi da quelle parti non stanno poi così male. I palestinesi DEVONO stare male, perché devono essere per il mondo la rappresentazione plastica della malvagità degli ebrei che occupano lembi della sacra terra islamica. E' questa la loro vocazione storica. Benessere dei palestinesi e Stato d'Israele non possono, non devono coesistere.
Chissà se un giorno i palestinesi capiranno che del loro benessere e dello Stato di Palestina a molti loro amici non interessa proprio niente. Quello che a loro interessa è la sparizione di Israele. Questo non avverrà, ma il tentativo di ottenerlo continuerà a produrre lutti e sofferenze. A cominciare dai palestinesi. (Notizie su Israele 487, 8 giugno 2010)

Desidero cogliere l’occasione per ringraziare Marcello Cicchese per il prezioso lavoro che da anni indefessamente svolge al servizio dell’informazione e della verità. Aggiungo poi due link, uno e due, per una migliore comprensione di ciò che è realmente accaduto nelle acque davanti a Gaza. Infine qui e qui qualche altra informazione relativa agli obiettivi palestinesi. 
Shabbat shalom a tutti.


barbara


8 giugno 2010

CELESTINO V

Alias Pietro Angeleri, detto anche Pietro da Morrone. Aveva, anche lui, un’ottantina d’anni quando fu eletto al soglio di Pietro, che ancora non ho capito perché si chiami soglio di Pietro dal momento che Pietro era vescovo di Antiochia, ma soprassediamo. Arriva dunque lì, questo brav’uomo, e non ci mette molto a rendersi conto che per sopravvivere in quel bordello, costruito su territori rubati e “legittimato” con un documento falso fabbricato ad hoc – altro che Balfour! Altro che 181! Altro che territori cosiddetti occupati! – bisognava accettare troppi compromessi, bisognava tollerare troppe sozzure, bisognava convivere con troppe bassezze. E cosa fa? Essendo provvisto di coscienza, si dimette. Non io vado, adesso vado, guardate che vado, attenti che vado sul serio: dimissioni vere. Come quelle di Pierluigi Collina. Irrevocabili. Perché gli uomini veri – che non sono quelli che non devono chiedere mai, né quelli che proclamano urbi et orbi che ce l’hanno duro, né quelli decisi a battersi fino all’ultimo bambino, proprio e altrui – sono rari, ma esistono. Rendiamo dunque onore a questo uomo retto che, tra un comodo meretricio e il duro rispetto per la propria coscienza, ha saputo scegliere quest’ultimo (il povero papa Luciani invece ci ha messo un tantino di più a rendersene conto, e così hanno dovuto provvedere a dimetterlo d’ufficio, ma questa è un’altra storia. O no?)

Piccola nota a margine: c’è chi si rifà la verginità ricostruendosi l’imene, e chi se la rifà così. E qui qualche altro aggiornamento su ciò che succede in zona.

barbara


8 giugno 2010

PICCOLA RIFLESSIONE

Gli esploratori di cui parla la parashà letta ieri sono di fatto dei reporter. La loro relazione sulla terra di Israele è sapientemente costruita di fatti intrecciati indissolubilmente a opinioni. Creano così, con strategica retorica, consenso intorno alla loro interpretazione dei fatti. E distruggono la possibilità di un rapporto reale con la terra di Israele.

Benedetto Carucci Viterbi, rabbino

E distruggono anche, mi permetto di aggiungere la possibilità di conoscere la verità, che in teoria dovrebbe essere la ragione sociale del loro mestiere, se non della loro esistenza. E, a proposito di verità, visto che le anime belle non credono a “noi”, crederanno almeno all’Autorità Palestinese? Resta comunque vero che Gaza è decisamente troppo affollata, e qui ne abbiamo le prove. Qui invece abbiamo le prove – ma non è che ce ne fosse il bisogno – che Ugo Volli è davvero un grande.


(ma la protezione animali cosa fa, dorme?)

barbara


4 giugno 2010

E CHE NESSUNO SI AZZARDI PIÙ A DIRE

“Antisemita io? Ma quando mai!”

Vergognoso l'assedio al Ghetto di Roma


Il vergognoso assedio al Ghetto di Roma da parte di gentaglia che al grido di "assassini" e "fascisti" ne ha terrorizzato gli abitanti, ha almeno un aspetto positivo: non si potrà più dire che una cosa è essere antisemiti, altra è essere contro Israele. Infatti a nessuno può sfuggire che il venditore di casalinghi o il negoziante di alimentari o il ristoratore del ghetto nulla hanno a che vedere con Israele e con i fatti del 31 maggio al largo di Gaza. Se non il fatto di appartenere alla stessa razza dei soldati che hanno compiuto l'assalto alle navi dei sedicenti pacifisti. Dunque di odio razziale si tratta. Di nient'altro.
Qui non si vuole discutere quei fatti - anche se chi scrive la pensa in questo stesso identico modo -, qui si vuole solo dimostrare che l'antisionismo che si dichiara fermamente antirazzista è in realtà un antisemitismo (che forse prima si poteva chiamare "strisciante", ma dopo quest'assalto al Ghetto non più).
E' un antisemitismo fatto di facili ironie e accondiscendenza nei confronti di espressioni di odio per gli ebrei, ma anche di vere e proprie forme di istigazione come le manifestazioni di piazza dove si bruciano bandiere israeliane o si espongono simboli e uniformi naziste. O dove si dà dell'assassino a innocenti romani che hanno il solo torto di andare a pregare in una sinagoga invece che in una chiesa cattolica. (The Front Page, 3 giugno 2010)

Già: quelli del ghetto sono ebrei, e ben poco conta tutto il resto. Ben poco conta che, come detto dall’estensore dell’articolo, coloro a cui i democratici dimostranti urlavano “Assassini, li avete ammazzati voi”, fossero a qualche migliaio di chilometri di distanza da dove si erano svolti gli eventi. Ben poco conta che chi si è trovato nella drammatica necessità di uccidere non avesse scelta. Ben poco conta che gli uccisi fossero partiti con la precisa intenzione non solo di uccidere ma anche di essere uccisi e diventare martiri – circostanza alla quale quell’incorreggibile ragazzaccio di Scialocco ha dedicato alcuni memorabili versi. Ben poco conta che gli intrepidi attivisti volessero portare aiuti qui. Ben poco conta che dietro a questi amabili pacifisti ci fosse questa gente qui: tutto questo vale zero. L’unica cosa che vale è: sei ebreo? E allora è colpa tua. Colpa mia che cosa? Tutto. Anche quello che deve ancora succedere. Così impari a nascere ebreo (ma non è detto...).


barbara


1 giugno 2010

ANCORA QUALCHE RIFLESSIONE E QUALCHE IMPORTANTE DOCUMENTO

Non per porre fine al blablabla dei soliti filoterroristi, ma per fornire almeno qualche pezza d’appoggio a chi sa perfettamente come stanno le cose, ma non è in grado di dimostrarlo.

Cari amici, aggi non è la giornata in cui scherzare. Israele è sotto un assedio di comunicazione pari solo a quello del gennaio dell'anno scorso. E questo assedio è completamente ingiustificato. Israele ha fatto benissimo a fare qual che ha fatto, ne aveva tutto il diritto morale e giuridico. La responsabilità degli incidenti e delle vittime è tutta di Hamas e dei suoi alleati che hanno organizzato la spedizione a Gaza.

Sul piano giuridico, il territorio di Gaza è sottoposto da Israele a blocco Navale. Il blocco navale è una pratica di guerra antica (risale almeno alle guerre napoleoniche) e legittima (sancita dal Congresso di Parigi del 1856). Esso consente alla potenza bloccante di catturare o anche affondare tutte le navi che cercano di violare il blocco anche in mare aperto, senza limiti di acque territoriali. Chi viola il blocco è un contrabbandiere in zona di guerra e agisce contro la legge, è dunque un obiettivo legittimo della forza militare. Il blocco riguarda tutte le navi, anche quelle neutrali (http://it.wikipedia.org/wiki/Blocco_navale). Israele ha seguito tutte le procedure del blocco, comunicandolo molte volte e in particolare segnalandolo agli stati interessati e anche alle navi della flottiglia, come si vede da questo video:
http://www.youtube.com/watch?v=qKOmLP4yHb4&feature=player_embedded.
In generale le forze militari hanno diritto di ispezione anche in alto mare e fuori dalle acque territoriali le navi di passaggio. Questi diritti si chiamano "diritto di visita" e in casi di conflitto possono diventare legittime "operazioni di interdizione marittima" (Maritime Interdiction Operation, per definizioni e limiti di queste istituzioni giuridiche vedete le voci relative sul glossario di diritto del mare della Marina italiana:
http://www.marina.difesa.it/editoria/rivista/gloss/a.asp  e qui:
http://en.wikipedia.org/wiki/Maritime_Interdiction_Operations.

La logica del blocco navale a Gaza deriva dal fatto che dopo il ritiro israeliano di quattro anni fa vi si è stabilito con un colpo di stato il regime terrorista di Hamas, che assale i militari ma anche i civili israeliani con razzi, colpi di mortaio e agguati. Il territorio di Gaza è stato dichiarato ufficialmente dal governo israeliano zona nemica e per questa ragione sottoposto a varie operazione militari. Neppure un testo così antisraeliano come il Rapporto Goldstone ha negato a Israele il diritto di autodifesa, che è basilare nella carta dell'Onu, e quindi non ha potuto negare la legittimità dell'Operazione Piombo fuso (se non delle sue forme) e del blocco navale e terrestre, che mira a impedire rifornimenti di armi e materiali che potrebbero aggravare l'aggressione.

Hamas e i suoi alleati hanno organizzato molti tentativi di rompere il blocco, che Israele ha sempre combattuto con le armi: i tunnel del contrabbando, l'abbattimento del confine con l'Egitto e anche altre spedizioni di navi contrabbandiere, che Israele ha bloccato, arrestandone gli equipaggi. Quando questo tentativo più massiccio si è concretato, Israele ha mandato molti avvertimenti ufficiali e poi ha inviato la marina a fermare il tentativo di rompere il blocco, il che è perfettamente legale anche fuori delle acque territoriali. La violazione del blocco è configurata dalla volontà esplicita del comando delle navi. La marina israeliana ha fermato senza incidenti cinque della sei navi. Solo sulla sesta, la più grande, è avvenuto un tentativo di linciaggio dei marinai che, secondo la prassi internazionale, stavano salendo a bordo per controllare la nave. Questa aggressione è evidentissima e documentata su questi video:
http://www.youtube.com/watch?v=XuH_0YRZS1M&feature=player_embedded http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/137798
http://www.youtube.com/watch?v=gYjkLUcbJWo&feature=player_embedded
I soldati hanno avuto l'autorizzazione a sparare solo quando la loro stessa vita era a forte rischio. Il diritto sta dalla loro parte: avevano diritto dal punto di vista della legalità internazionale, di imporre un'ispezione alla nave; avevano diritto di fermarla visto che tentava di violare un blocco. Avevano infine il diritto alla legittima difesa che appartiene a chiunque è fisicamente aggredito come si vede nei video. Un racconto di prima mano si trova qui: http://www.jpost.com/Israel/Article.aspx?id=177040.

I soldati israeliani si sono comportati benissimo, non hanno compiuto nessuna violazione giuridica o morale. Li condannano quelli che non sanno come sono andate le cose o gli ipocriti propagandisti dell'islamismo e chi va loro dietro. Se volete una conclusione più ragionata (e capite l'inglese), guardate questo video:
http://www.youtube.com/watch?v=XdZV5EfrwFI&feature=related.
Se preferite una conclusione a modo mio, voglio solo dirvi che i nemici di Israele si comportano come quel personaggio di Pascarella (o di Belli, non ricordo bene) che intima alla sua vittima: "fermete, nun te move, che te devo menà". Se ci difendiamo, è colpa nostra. Se non ci difendiamo, ci menano, ed è merito loro.

Ugo Volli

Aggiungo solo, per un ulteriore chiarimento di quella che, anche per gli amici, appare essere la questione più controversa, ossia l’azione israeliana in acque internazionali, questo documento, gentilmente fornito dall’amico Wellington, che dovrebbe porre un punto fermo a qualunque obiezione – anche se quanto detto e documentato da Ugo Volli mi sembra comunque già sufficientemente convincente.

barbara

AGGIORNAMENTO: questo video è ancora più chiaro dei precedenti.
AGGIORNAMENTO 2: VENTI FANATICI MI HANNO SCARAVENTATO DAL PONTE


31 maggio 2010

Poteva Israele evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia? No, non poteva

Propongo, senza aggiungere commenti, questo testo di Ugo Volli che può aiutare chi vuole capire a capire che cosa sta succedendo e che cosa è successo.

Cari amici, volete capire freddamente che cos'è successo stamattina nella acque davanti a Israele? Ripensate alla famosa frase di Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La politica consiste nel cercare di accumulare consenso con gesti simbolici e discorsi, di negoziare alleanze, di imporre così degli obiettivi e di realizzarli sul terreno. La guerra sostituisce ai discorsi le azioni fisiche e punta soprattutto a indebolire il nemico, a metterlo in difficoltà, per acquisire così un vantaggio. Nel caso di Gaza l'obiettivo politico immediato è stabilire la legittimità di Hamas e della sua "lotta"; quello più a lungo termine, naturalmente, la distruzione di quell'entità "estranea" (Sergio Romano) che è Israele. La guerra non sono più i carri armati e non ancora i missili balistici e le atomiche; oggi sono i razzi Kassam, gli attentati e le azioni che indeboliscono la capacità israeliana di autodifesa.
La spedizione delle navi turche e degli attivisti di sinistra verso la Striscia è stato un atto di questa guerra, freddamente calcolato e organizzato in maniera militare. L'obiettivo dei "pacifisti" armati che le popolavano non era affatto assistere la popolazione: in quel caso avrebbero accettate le forme di trasporto indiretto dei materiali proposte da Israele. Quello era solo un pretesto. Il punto era "rompere il blocco", cioè aprire la strada a un futuro comodo rifornimento di armi pesanti per Hamas e alla sua possibilità di proiettarsi all'esterno; oppure obbligare Israele a intervenire, come ha fatto, danneggiando ancora la sua immagine internazionale, isolandolo, indebolendolo. Come si è espresso nei giorni scorsi un capo di Hamas, "noi abbiamo vinto comunque, o riapriamo il porto di Gaza, oppure smascheriamo Israele".
In termini militari questa si chiama guerra asimmetrica, ed è la strategia dei palestinesi da sempre. Di fronte a una forza militare maggiore si compiono azioni che colpiscono la normalità della vita quotidiana (gli attentati alle fattorie degli anni Cinquanta, i dirottamenti degli anni Sessanta, le stragi all'estero, gli attentati suicidi, i rapimenti e i razzi), non pensando che questo modifichi l'equilibrio militare, ma facendo sì che il nemico si trovi nell'"alternativa del diavolo" di non reagire al terrorismo che minaccia la sua popolazione e quindi logorare la sua stessa esistenza o presentarsi come oppressivo, violento e inumano. E' quel che è accaduto negli ultimi anni con la guerra in Libano, con quella di Gaza e oggi con la flottiglia allestita dai turchi. Lo scopo è delegittimare Israele, renderlo incerto sul suo stesso territorio, trasformarlo in una stato paria. Purtroppo in buona parte questo è già successo. In questa guerra asimmetrica hanno una parte importantissima le organizzazioni internazionali (pensate al consiglio dei diritti umani dell'Onu e al giudice Goldstone), le organizzazioni "umanitarie" che agiscono in maniera unilaterale, gli intellettuali e i giornalisti che invece di spiegare quel che accade producono pregiudizi e demonizzazioni. Chi legge Informazione Corretta sa bene come queste forze della guerra asimmetrica dell'informazione siano massicciamente schierate.
Poteva Israele, come hanno suggerito i soliti noti di Haaretz e dintorni, evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia? No, non poteva. Se Hamas realizzasse l'obiettivo tattico di avere libero accesso all'esterno senza controlli israeliani – il senso della "rottura del blocco" voluta dai "pacifisti" è questo - in mezzo al Mediterraneo si stabilirebbe un santuario terroristico, una base armata inattaccabile per l'islamismo combattente, l'equivalente della Somalia o delle valli tribali del Pakistan. Anche l'Egitto, che certo non vuol bene a Israele, tiene bloccata Gaza: perché è il solo modo per contenere una minaccia terrorista globale (a parte la riconquista della Striscia, che sarebbe stata opportuna già l'anno scorso, quando Olmert e Barak non ebbero il coraggio di andare fino in fondo – ma oggi dopo Goldstone e con Obama al potere è praticamente impossibile). Fra i due rischi, un'ennesima demonizzazione globale e la liberazione strategica di Hamas, Israele ha scelto giustamente il male minore e ha mandato i suoi ragazzi ad affrontare, col minor uso della forza possibile, "pacifisti" armati e militarmente organizzati.

Ugo Volli

Qui un altro articolo che ci fornisce ulteriori spunti di comprensione; qui le prove del fatto che si è trattato, da parte dei complici dei terroristi, di una provocazione premeditata e calcolata; qui un aiuto a capire la situazione in generale. E qui la cartolina di ieri, che avevo intenzione di postare oggi integralmente, ma gli ultimi avvenimenti hanno imposto altre priorità; e tuttavia la ritengo estremamente utile, proprio perché pubblicata ieri e quindi scritta in tempi e con scopi non sospetti, a capire il clima in cui si stanno verificando tutti questi eventi.

barbara

AGGIORNAMENTO
Innanzitutto leggere questo: http://www.israele.net/articolo,2839.htm e se avete tempo anche gli altri articoli linkati;
poi qui: http://twitter.com/MidEastTruth aggiornamenti in tempo reale;
qui http://www.mideasttruth.com/forum/viewtopic.php?t=9823 un'accurata ricostruzione degli eventi
e infine perfino sul sinistrissimo e pacifistissimo Haarets 
http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/israeli-commandos-gaza-flotilla-crew-tried-to-lynch-us-1.293089 si dà conto dell'accuratamente preparato linciaggio (do you remember Ramallah?) a cui i soldati israeliani si sono trovati a far fronte.
E per concludere in bellezza, ecco a voi



una splendida immagine di uno dei pacifisti in avvicinamento a Gaza con il suo tipico quanto inseparabile strumento di pace.
AGGIORNAMENTO 2: due video ripresi dall'elicottero: uno e due.
AGGIORNAMENTO 3: altri due documenti: uno e due.
AGGIORNAMENTO 4: mentre il giorno prima...


27 maggio 2010

L’ANTISEMITA CHE VIVE IN MEZZO A NOI

Credo che sia il momento giusto per postare questo articolo di sedici mesi fa.

Vento, pioggia, finestrini appannati. I giornali dei passeggeri mostrano svastiche e stelle di Davide: non più icone contrapposte, ma unite in una spaventosa equazione. Israele è nazismo, Bestia dell´Apocalisse. L´ebreo è il carceriere dei nuovi lager, sterminatore degli innocenti. Le foto delle proteste pro-Palestina colgono striscioni con slogan inauditi; come se Gaza avesse abbattuto i confini dell´indicibile, rotto un argine che si porta dietro parole che nessuno finora aveva osato pronunciare.
Linea Trieste-Mestre-Milano, un treno di pendolari e studenti. Un proiettile di pensieri, sentimenti e paure in corsa nella nebbia della Padania. L´Italia si interroga. Cosa è diventato oggi l´antisemitismo? Cosa cambia nel pensiero medio con la guerra di Gaza? Come si coniuga il vecchio odio europeo con l´anatema anti-sionista del mondo arabo filtrato con l´immigrazione? Per capire basta sparare ad alta voce il proprio sconforto per Gaza. Una risposta dalle poltrone accanto arriva sempre. Il tema è a fior di pelle.
"Loro hanno dimenticato Auschwitz, non noi". Parla un uomo ben vestito con borsa ventiquattrore, salito a Portogruaro. "Sono stufo del giorno della memoria - aggiunge - è solo una loro schifosa ipocrisia per garantirsi impunità sulle nefandezze peggiori. Hanno tutto, comandano tutto. Non se ne può più". È sdegnato, stressato, parla ad alta voce, non ha freni inibitori. "Noi" e "loro": contrapposizione assoluta. E identificazione totale fra israeliani ed ebrei.
Piove a dirotto, a Padova c´è ressa di studenti. Nel mucchio, una pia donna sui settanta che non sta mai zitta, impartisce petulanti lezioni di vita. Banalità come: "moglie e buoi dei paesi tuoi". Qualcuno ridacchia. La provoco su Gaza e quella si fa un rapido segno di croce. "Loro hanno crocefisso Nostro Signore. Non c´era da aspettarsi altro". Poi sussurra con voce costernata, quasi dolce "Preghiamo per quei bambini", e si chiude in raccoglimento. Nessuno replica, e nel vagone scende un imbarazzato silenzio. Desenzano, tuona, il convoglio entra nel monsone, diventa un bivacco. Due studenti prendono le parti di Israele, chiedono perché tanto sdegno per Gaza mentre si tace su Cecenia e Afghanistan, ma li zittisce un grassone salito a
Verona. "Col potere che hanno, devono smettere di fare le vittime". Ostenta "la Padania" bene aperta sul tavolinetto, così gli chiedo se è solidale con i palestinesi. Risposta prevedibile: "Stessa gentaglia. Da passarci sopra con la ruspa. Le macerie e loro". Arabi, ebrei, zingari, clandestini, immondizia dell´umanità. Il pregiudizio antiebraico e quello antimusulmano
diventano facce della stessa medaglia.
È l´interezza del Vicino Oriente che sfugge, come se l´Italia cristiana avesse smarrito il rapporto con ambedue i fratelli del Libro. Ora è chiaro. Il pregiudizio esce allo scoperto, riprende coraggio. Lo stereotipo del perfido ebreo si aggancia a formule nuove, si ibrida, cambia volto, si infiltra tra insospettabili, nobilita l´odio come lotta antirazzista, addossa a Israele la colpa del rapporto fallito fra cristiani e Islam. Si sdogana a sinistra, si camuffa dietro la contestazione contro Israele o il volto di bambini uccisi. Si nutre di risentimenti, alimenta retropensieri, abbatte tabù. Diventa magma, micidiale latenza.
Come fotografare un fantasma? Soprattutto, come stare in equilibrio fra il dovere civile di essere allarmisti e il timore di stravedere, svegliando il can che dorme? Arrivo a Milano e in via Cellini un ebreo Hassid col cappellone nero subito mi raffredda: "Ammesso che ci sia, che senso ha parlarne? È il Signore che manda queste cose". Ma quando se ne va, noto lo sguardo duro di alcuni "gentili" che passano. "È un momentaccio" confessa l´ebreo "Lubavitsch" Ariel Haddad, pure lui barbone e completo regolamentare. "Pochi hanno voglia di parlare, il clima è pessimo. Temiamo il contagio dalla Francia".
Nelle comunità i nervi sono scoperti, si sa che Gaza è il pretesto umanitario ideale per sdoganare pregiudizi. "Un Papa che rivaluta la preghiera del Venerdì Santo, dove si recita che gli ebrei sono da portare sulla strada della vera fede, non è cosa senza influenza" s´arrabbia
Marcello Pezzetti, direttore del museo della Shoah di Roma. Loris Rosenholz: "In situazioni come queste, frustrazioni invidie e paure vanno in emulsione come in un frullatore, specie se c´è un segnale dall´alto". Mi scrivono da Israele: "C´è voglia matta di sputtanare gli ebrei, un desiderio liberatorio, così il patibolo di Cristo non fa più paura".
Al centro di documentazione ebraica - Cdec - si muovono con i piedi di piombo, sanno che "critiche comprensibilissime" verso Israele non vanno confuse con l´antigiudaismo. Ma mai hanno visto una vigilia così tesa del giorno della memoria. L´effetto inibitorio di Auschwitz non ha più la forza di una volta. Per la prima volta le comunità non hanno proposto nulla, paralizzate del clima. Giorni fa una donna s´è presentata agli organizzatori per protestare contro la cupola del nuovo museo della Shoah di Roma, che faceva pensare a una moschea e dunque implicava il pericolo che gli arabi s´offendessero. Persino la scritta "Shoah" non andava bene, perché "attirava terrorismo".
"L´Italia non è la Francia" mi dice subito Adriana Goldstaub dell´Archivio del Pregiudizio. Non c´è la rabbia delle banlieues e non ci sono sei milioni di maghrebini. Ma le barriere del politicamente corretto sono saltate da tempo, a livello verbale, nei confronti di Rom ed extracomunitari, e ora lo sproloquio dilaga fatalmente con gli ebrei. Dietro non c´è solo Gaza: c´è la crisi economica che suscita rancori e dietrologie, come negli anni Trenta. La gente parla apertamente, ora anche la sinistra estrema sfonda la barriera dell´ultimo tabù.
L´esperto di Medio Oriente David Meghnagi: il conflitto non crea ostilità, ma la porta a galla. Svela un fiume carsico che si rinforza di umori nuovi. Cita dati agghiaccianti: il 34 per cento degli italiani pensa che gli ebrei debbano smettere di parlare di Shoah, e quasi altrettanti credono che nel Paese gli ebrei siano milioni, mentre sono appena 30 mila. "Ora si colpisce
l´ebreo in quanto Israele. La vittima della Shoah, santificata come nazione morta, è demonizzata dalle stesse persone come nazione viva. E l´antisemitismo, presentandosi come variante della lotta al razzismo, consente il ricupero di un´innocenza perduta".
L´onda lunga cresce. Da dove sondarla? Tra gli skinhead del Veneto? Nei centri sociali di Milano? Nelle tane dell´estrema destra del Varesotto? Nelle frange estreme della sinistra a Torino? Nei covi di Forza Nuova? Non ci sono statistiche aggiornate, la scienza e la cultura sono inermi di fronte a un fenomeno nuovo. E poi oggi, mi avvertono, non esiste più un luogo. La nuova frontiera è virtuale, corre su Internet, in un labirinto di siti gonfi di negazionismo, antisionismo o giudeofobia, varianti della stessa ossessione. Siti di destra e sinistra estreme, islamisti, iper-cattolici o cospirativi.
Un organo ansiogeno saluta l´ingresso nel portale del catto-integralista "Holywar", un funebre monumento all´antisemitismo nazista. C´è di tutto: l´omicidio rituale dei bambini che spiega la strage di Gaza; la stella di Davide con il "666", il numero della Bestia. Il solo stato nazista al mondo? Israele. L´Italia? Una colonia israeliana. Crisi economica? Provoca tagli su tutto ma non sulle missioni dei soldati "che vanno ad ammazzare per conto di Sion". Dappertutto, micidiali disegni satirici gettonatissimi su altri siti. Il mondo arabo, incluse nazioni moderate come la Germania, mette in rete raffiche di vignette che renderebbero felice Goebbels, accompagnate da dissertazioni per cui esisterebbe un disegno segreto di Dio per portare a
termine il disegno di Hitler. C´è il "diavolo sionista" sdentato e bavoso, oppure un fumo puzzolente che sale da Israele e ammorba i cieli disegnando una stella a sei punte. Trasferito sui siti di casa nostra, l´odio europeo torna al mittente, arricchito di pregiudizio arabo.
Ma ecco "Effedieffe", ipercattolico, legato a una casa editrice che vende libri antigiudaici o negazionisti "on line". Cose come "I fanatici dell´Apocalisse", già alla terza edizione; o "I segreti della dottrina rabbinica" dedicato alle "bestemmie del Talmud contro i cristiani". Testi
banditi fino a poco fa, che ora hanno conquistato lettori e gli scaffali delle librerie "normali".
È qui che il vecchio e il nuovo antisemitismo si ibridano. L´ebreo è colui che uccide i bambini altrui, ne beve il sangue per fare il pane, domina il mondo attraverso occulte macchinazioni finanziarie. È il potere demo-pluto-massonico, la congiura, il complotto. Ha il naso adunco, le mani come artigli. È il carnefice di Gesù, l´infedele per cui pregare il venerdì santo, nel giorno del sangue versato.
"Sionismo = pulizia etnica = Quarto Reich"; "Ebrei = massoni"; "nuove SS = soldati sionisti". Le tesi antisemite escono dal ghetto. Parole come: "Israele filtra il moscerino e ingoia il cammello: di sabato non accende una sigaretta ma accende i motori degli F16". La Chiesa? Su Israele è "afasica" perché "ha smesso di dire che gli ebrei hanno ucciso il Dio figlio", quindi
"non trova la voce per gridare che si ammazzano innocenti".
Sui siti della sinistra si arriva all´equazione finale: "Israele = stato fascista". E ancora: "Da Kabul a Gaza, viva la resistenza dei popoli". Gaza non è "un fatto umanitario ma di solidarietà politica e di classe". Da qui il corollario: "Basta con la propaganda filo-sionista dei media e col
sostegno a Israele del governo Berlusconi".
Ma per capire non bastano queste nicchie estreme. L´Onda la catturi nell´ineffabile, là dove il veleno diventa chiacchiera da bar, discorso d´autobus. Frasi buttate là, che vanno ben oltre le curve degli stadi e le grida "ebreo" degli ultras. A Roma trovo Stefania Buccioli, che cura i temi
della memoria nelle scuole di Roma. Un lavoro bestiale contro i luoghi comuni senza matrice politica. "Nei bar, discoteche o palestre, i giovani della destra estrema e quelli dei centri sociali costruiscono una miscela esplosiva che diventa rabbia contro il mondo".
In un locale di piazza Bainsizza, tre tecnici televisivi discutono ad alta voce su Gaza e concludono che "Se a Hitler avessero lasciato finire il lavoro, oggi non ci troveremmo in questa situazione". Risate, ghigni, la gente al bancone non protesta. In un Paese dove sui giornali è di moda la caccia agli immigrati e un premier può tranquillamente definire Barack Obama "abbronzato" e il fascismo una bazzeccola, può succedere anche di questo. C´è un collasso del linguaggio, lo registri sui blog, su media anche rispettabili. Ecco cosa scrivono ad Andrea Tornelli del "Giornale": non ci sono menzogne antisemite, ma solo menzogne filosemite "come i sei milioni nelle camere a gas". Oppure: "Quanti sacerdoti, frati e suore rischiarono la vita per salvare ebrei? E loro? Schifosissimi ingrati". E infine: "Bravo Tornielli! Presto ti vedremo con la kippà in testa e la bocca a cul-di-gallina a deplorare l´olocausto".
Matteo Bordone, pseudonimo ebraico "Yankele" scrive di Palestina sul sito "Freddynietzsche. com". Risposta: "Gli ebrei avrebbero dovuto estinguersi con l´avvento del cristianesimo. Che ci siano ancora a fare danni è un amaro scherzo della storia". Ida Magli, graffiante opinionista del
"Giornale", sul sito "ItalianiLiberi" spiega come gli ebrei dell´alta finanza abbiano distrutto l´Occidente attraverso la loro visione del mondo: il primato dell´economia come unico valore.
Difficile mantenere la rotta nella tempesta. Difficile soprattutto non farsi catturare dalla logica del "muro-contro-muro". Rosella Gabriel, ebrea milanese: "Non è solo l´antisemitismo che preoccupa, ma anche certo filosemitismo. Quello di chi ammira gli ebrei solo per i loro muscoli o la loro forza finanziaria". E Valerio Fiandra, di Trieste: "Si può stare dalla parte di Israele usando parole antisemite e si può stare dalla parte dei Palestinesi senza essere affatto antisemiti. Una delle tragedie della guerra è anche la mancata comprensione di queste differenze". Paolo Rumiz Da La REPUBBLICA del 21 gennaio 2009

E si coglie ogni pretesto per demonizzare Israele e per demonizzare gli ebrei, e quando non ci sono neppure i pretesti si inventa, si inventa qualunque cosa, senza preoccuparsi che sia sensata, senza preoccuparsi che sia logica, senza preoccuparsi che abbia un qualsiasi nesso con la realtà, perché tanto si sa perfettamente che qualunque menzogna, per quanto assurda, per quanto inverosimile, se è contro Israele e se è contro gli ebrei verrà accettata senza discutere. E diffusa. In un crescendo parossistico che arriva addirittura al punto di minacciare chi si permette di denunciare l’antisemitismo. Lasciate che ve lo dica: la vedo nera. E non tanto per i deliri di odio degli antisemiti, quanto per il silenzio di tutti gli altri.


barbara

AGGIORNAMENTO: leggere assolutissimamente questo articolo. Per quanto riguarda l'Opus Dei, obbligatorio rinfrescarsi la memoria andando a leggere qui.


23 maggio 2010

VERO: A GAZA NON SI STA SEMPRE BENE

A volte capita che si stia anche male. Anzi, malissimo. Tutti, ma soprattutto i bambini.

MEDIO ORIENTE

Gaza, devastato campo estivo per bimbi
Minacce all'agenzia Onu per i profughi


Commando armato incendia la struttura, allestita sulla spiaggia dall'Unwra per fa giocare i piccoli palestinesi durante l'estate. Lettera con proiettili a John Ging, che accusa: "Atto di estremisti"



GAZA - E' stato un raid veloce e spietato, quello di una trentina di uomini armati dal volto coperto che ha letteralmente devastato, all'alba di oggi, un campo estivo per i bambini della Striscia di Gaza, organizzato dall'Unwra, l'agenzia Onu per i profughi palestinesi. I vandali hanno legato una guardia all'ingresso, dato fuoco alle tende e danneggiato i bagni della struttura. L'attacco non è stato rivendicato, ma gli aggressori hanno lasciato una lettera con tre pallottole nella quale minacciano di uccidere John Ging, responsabile dell'Unwra nella Striscia, se continueranno le attività a favore dell'infanzia.
Il campo è uno dei 35 realizzati dall'Unwra per l'annuale programma estivo "Summer game", destinato a 250mila bambini e ragazzi dei campi profughi. Malgrado l'attacco, ha affermato Ging, "l'Unwra continuerà a fornire il sostegno necessario ai bambini di Gaza, sottoposti a stress fisici e psicologici". Questo, ha commentato, "è vandalismo legato all'estremismo, un attacco contro la felicità dei bambini".
L'amministrazione di Hamas a Gaza ha condannato l'attacco al campo dell'Onu. Tuttavia in passato il dipartimento per i diritti dei profughi, che fa capo al movimento islamico, ha accusato l'Unwra di "invadere culturalmente le menti dei bambini" promuovendo idee a favore del "perdono, la coesistenza e per dimenticare il passato". Hamas dispone di propri campi estivi per i bambini.
(23 maggio 2010) (qui)

In effetti sia Hamas che Fatah si sono sempre preoccupati di organizzare campi estivi per quei poveri bambini: campi per distrarli dalle preoccupazioni quotidiane, campi per tenerli impegnati in attività utili e costruttive, campi per dare loro un’educazione che garantisca loro un futuro degno.



                  



                                                     

    

                                                  

Un’idea ancora più esaustiva la possiamo ottenere andando a vedere qui, qui e qui.


barbara


16 maggio 2010

GAZA: FAME E MISERIA

prigione a cielo aperto
campo di concentramento
assedio
blocco
embargo
black-out
emergenza alimentare
catastrofe umanitaria
tragedia
manca tutto
olocausto palestinese
genocidio palestinese
sterminio palestinese
pulizia etnica
fame...
fame...
fame...

                       

  
   Un menu di 12 pagine con tutto ciò che potete desiderare di carne, pesce e pollame.

 
  Strutture interne ed esterne per i vostri eventi speciali


                         

Fra i clienti del Roots Club, UNRWA e UNICEF. (fonte)
E per concludere, un video (scovato da lui) in cui i palestinesi, messa da parte la loro proverbiale dignità, messo da parte il loro proverbiale orgoglio, messa da parte la loro proverbiale ritrosia a mettere in piazza le proprie miserie, ci permettono di dare uno sguardo all’abisso in cui l’infame occupante sionista (leggi il perfido giudeo) li ha fatti precipitare. ATTENZIONE: immagini MOLTO crude. Astenersi anime sensibili e stomaci delicati.

barbara


2 gennaio 2010

L’INEGUAGLIABILE CREATIVITÀ DELL’ANTISEMITISMO

Dove si dimostra che gli anni passano e i bimbi crescono le mamme imbiancano ma non sfiorisce, no, non sfiorisce mai l’odio antiebraico, che anzi fiorisce e rifiorisce e cresce e prospera e se per un momento sembra acquietarsi state pur certi che molto presto tornerà a rinascere dalle sue ceneri – pardon, da quelle degli ebrei.

Lettera aperta

di Michael Sfaradi

Cari amici,
A distanza di pochi giorni dall'attentato alla sinagoga di Roma dell'ottobre 1982, il compianto Herbert Pagani pubblicò uno scritto che si intitolava "Arringa per la mia terra."
Fra l'altro diceva:

«È vero, noi ebrei siamo dei rompiscatole. Sono secoli che rompiamo le balle all'universo. Che volete? fa parte della nostra natura... Ha cominciato Abramo col suo Dio unico, poi Mosè con le tavole della legge, poi Gesù con l'altra guancia sempre pronta per la seconda sberla, poi Freud, Marx, Einstein, tutti esseri imbarazzanti, rivoluzionari, nemici dell'ordine. Perché? Perché l'ordine, quale fosse il secolo, non poteva soddisfarli, visto che era un ordine dal quale erano regolarmente esclusi. Rimettere in discussione, cambiare il mondo per cambiare il proprio destino, tale è stato il destino dei miei antenati; per questo sono sempre stati odiati da tutti i paladini dell'ordine prestabilito. L'antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C'erano molti ebrei nel 1917. L'antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo... È vero. Ci sono molti capitalisti ebrei. La ragione è semplice: la cultura, la religione, l'idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall'altra sono stati gli unici valori mobili, le solo patrie possibili per quelli che non avevano una patria. Ora che di patria ne esiste una, l'antisemitismo rinasce dalle sue ceneri o meglio, scusate, dalle Nostre, e si chiama antisionismo. Prima si applicava agli individui, adesso viene applicato a una nazione. Israele è un ghetto. Gerusalemme è Varsavia, chi ci assedia non sono più i tedeschi ma gli arabi e se la loro mezza luna si è talvolta mascherata da falce era per meglio fregare le sinistre del mondo intero. Io, ebreo di sinistra, me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare tutti gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di quella minoranza. Se la sinistra ci tiene a contarmi fra i suoi non può eludere il mio problema, e il mio problema è che dopo le deportazioni in massa dai romani nel primo secolo d.C. noi siamo stati ovunque odiati, banditi, schiacciati, spogliati, inseguiti e convertiti a forza....»

A distanza di tanti anni quello che lui scrisse allora è di una attualità disarmante.
Quando davanti alle varie ondate di antisionismo il presidente Peres, allora ministro degli esteri, disse di lasciarli fare tanto avrebbero sempre trovato il modo di parlare male di noi, fece un errore madornale.
Questo e' stato il più grande errore strategico mai fatto dalla politica israeliana; perché se è vero che ne uccide più la penna che la spada, o che sono più pericolosi 4 giornali ostili che mille baionette, l'aver lasciato allora campo libero ai nostri denigratori ha fatto danni inestimabili.
Infatti la mezza luna non si maschera più solamente da falce e martello, con il tempo si è fatta furba e sa mascherarsi da tutto ciò che gli conviene, come gli conviene e, soprattutto, quando gli conviene.
Non si accontenta più di fregare solo la sinistra, perché oggi ha la forza di fregare, intimorire o convincere chiunque ad appoggiarla e raggiunge i suoi scopi andando a toccare quei tasti e quelle corde di un antisemitismo che non riguarda più solamente un popolo ma anche, e soprattutto, la sua nazione: Israele.
Con questo intento si è costruita alleanze di tutti i tipi.
Sa essere comunista, socialista, fascista e anche nazista; anzi quello lo ha sempre saputo fare visto che lo zio di Yasser Arafat, Amin al-Husseini, gran Muftì di Gerusalemme, durante la seconda guerra mondiale viveva a Berlino alla corte del Führer Adolf Hitler.
Oggi, davanti agli occhi annoiati e rivolti altrove del mondo intero, e con la complicità di parte di esso che con il passare del tempo diventa sempre più grande, forte e arrogante, assistiamo alla crescita di sentimenti di ostilità che da troppo tempo hanno superato i limiti di guardia e che, se non fermati, presto strariperanno.
Acredine che va oltre la normale dialettica politica e che è alimentata dall'interesse economico, dall'odio mai completamente sopito e da mille altre ragioni, che nascono dalla parte più nera dell'animo umano.
Siamo testimoni di fatti inaccettabili che vengono vergognosamente sdoganati come si trattasse della normalità più assoluta.
Tribunali europei: inglesi, spagnoli, danesi olandesi ecc. ecc. che mettono mandati di cattura contro esponenti politici o di governo dello Stato di Israele accusandoli, senza prove e solo su denuncia di parte, dei crimini più efferati di cui un essere umano può macchiarsi, e rapporti di tutti i tipi, "Goldstone" è solo il più tristemente famoso, che redatti partendo da preconcetti e già pronti prima ancora che venissero fatte le indagini in loco, servono solo ad accusare Israele.
Io, in quei giorni di "Piombo Fuso", ho visto personalmente entrare dai valichi che dividono la striscia di Gaza dal territorio israeliano, decine di enormi autotreni carichi di ogni genere di prima necessità.
Io personalmente sono stato testimone del fatto che, proprio durante le ore di tregua per il corridoio umanitario che Israele concedeva per permettere il passaggio degli aiuti umanitari verso la striscia e del passaggio dei civili feriti verso gli ospedali israeliani, i palestinesi sfruttavano il fermo delle operazioni per colpire indisturbati, con i loro missili forniti dall'Iran, le città israeliane di Sderot, Asquelon ed il porto di Asdhdod.
Città piene di civili, ma di questo il dott. Goldstone nel suo rapporto ne fa menzione solo su poche pagine, ma che non sono mai venute alla luce e dalle quali non è scaturita nessuna accusa nei confronti dei dirigenti palestinesi.
Accusare Israele di crimini contro l'umanità è di moda, fa molto "IN", ma è come accusare ognuno di noi e anche se agli occhi di chi ci conosce sembra una barzelletta, sono in molti ormai, soprattutto quelli che si costruiscono le opinioni leggendo i giornali o ascoltando la televisione, e che di conseguenza si basano su falsi ripetuti la storia degli ultimi anni ne è piena, che ci credono capaci di ogni cosa... anche di questo.
L'accusarci di pulizia etnica, di massacri continuativi, espropri eseguiti e altro ancora, il catalogo è pieno e la fantasia non manca.
Dimenticando di menzionare un milione di ebrei perseguitati, cacciati e depredati di ogni loro bene dalla Libia, Algeria, Marocco, Tunisia, Siria, Iran e Yemen e della distruzione delle sinagoghe o nella loro conversione in Moschee nella quasi totalità delle nazioni arabe, accusare Israele è diventato per alcuni governi, per le loro magistrature, per molti giornali, che hanno scambiato la libertà di stampa in libertà di menzogna, e per la quasi totalità delle O.N.G., un lavoro a tempo pieno per il quale sono ben pagati.
Sbattendo le accuse contro Israele in prima pagina, e ripeterle all'infinito come un disco rotto, è un modo malvagio di condannare, perché anche se alle accuse non c'è quasi mai un seguito, il solo averle pubblicate è un successo, perché con l'andare del tempo la gente che segue solo superficialmente ciò che accade nel mondo, si forma l'idea che dietro tante accuse qualche colpa ci deve pur essere ... e così siamo condannati; senza processo, senza difesa, senza che ci possa essere stato modo di spiegare le nostre ragioni e, soprattutto, ci viene negata la possibilità di coprire di ridicolo le false accuse.
Quando poi ci riusciamo, il caso Al Dura è il classico esempio, le rettifiche da parte di coloro che avevano strombazzato al mondo intero l'assassinio di un bambino fra le braccia del padre non arrivano, e quando arrivano sono due righe in ultima pagina dopo gli annunci mortuari.
L'accanimento nei confronti della democrazia ebraica fa da contraltare al silenzio che gli stessi tribunali e gli stessi giudici applicano nei confronti dei governi dittatoriali di quei paesi, e la maggioranza di essi sono proprio nazioni arabe, per cui amici degli amici e agli amici tutto, o quasi tutto, è permesso.
Nazioni dove la libertà in ogni sua forma non è mai stata conosciuta, che non ne ha mai fatto parte, e mai lo farà.
Nazioni dove i tribunali sono teatri, i processi delle farse e il boia non è mai disoccupato.
Ma questo, ai solerti giudici inglesi, spagnoli e danesi e così via non interessa, perché è Israele il mostro da colpire.
Questo, di per sé già grave, è solo una delle facce di questo assurdo che caratterizza la nostra epoca, l'altra, più subdola per questo, forse, ancora più pericolosa, è la delegittimazione della magistratura e dei tribunali israeliani.
Gli inglesi, spagnoli, danesi e i loro soci con i loro mandati di cattura internazionali dicono al mondo intero, per mezzo di una stampa compiacente che sembra non aspettare altro per riempire le prime pagine dei giornali o mandare in onda i servizi di apertura, che non siamo in grado di giudicare noi stessi, che la nostra magistratura non è in grado di perseguire e di punire chi si macchia di crimini.
Falso ... mentono, e lo fanno sapendo di mentire, sfregiano e infangano una nazione che, al contrario, dovrebbe essere portata come esempio e faro di libertà.
Il messaggio che questa gente manda, senza contraddittorio è sicura che mai sarà chiamata a rispondere del loro operato, è che il nostro comportamento nei confronti dei nemici è simile, se non uguale, a quello che i nazisti usarono contro di noi.
Anche gli ebrei (o gli israeliani alla fine il senso non cambia) lo fanno... anche loro lo hanno fatto, per cui, quello che hanno subito allora potrebbe diventare oggi, come dire, prassi comune.
Quindi non vi potete lamentare di averlo subito visto che lo fate anche voi ai palestinesi e non potrete lamentarvi quando ve lo rifaremo, perché è a questo che si stanno preparando.
Calunnie, falsi storici, falsi morali.
Vediamo il loro continuo ripetersi, Goebbels è stato il loro maestro, ma dobbiamo smetterla di rimanere inermi.
Dobbiamo gridare al mondo intero che da oggi in poi non resteremo impassibili alle loro menzogne e che le combatteremo una ad una ed in tutti i campi.
Perché le menzogne e le offese, in ogni epoca, precedettero pogrom e massacri.

Cari amici, cari fratelli,
siamo attaccati su molti fronti, "Durban", "Durban 2", missili Qassam al sud, missili iraniani al nord e molto altro ancora.
Il mondo vuole legarci le mani, non abbiamo più il diritto di difenderci, e quando lo facciamo diventiamo criminali di guerra.
Nuova teoria mondiale, chi si difende e non chi attacca è criminale di guerra, ma questo, naturalmente vale solo per Israele.
Ultimamente è successo due volte: Libano 2006, Gaza 2009.
Israele è stata attaccata e difendendosi è diventata criminale di guerra.
Mentre bande di contestatori si organizzano promovendo boicottaggi contro tutto ciò che è prodotto in Israele, non importa cosa e dove, basta boicottare e mantenere alta la tensione e piene le pagine dei giornali, "Storici" di ultima generazione e "Sacerdoti" Lefevriani mettono in dubbio la Shoah o la sua portata in termine di numeri, in modo da cancellarla definitivamente o, in alternativa, diminuirne l'importanza.
Delegittimazione dello stato, minimizzazione dell'olocausto e accuse di crimini di guerra.
Queste sono le nuove armi, oltre naturalmente i bombardamenti del sud Israele che continuano ma che non vengono mai menzionati.
Il ministero dell'istruzione inglese, la stessa nazione dei solerti giudici indagatori, ha di fatto cancellato, nei corsi di storia che riguardano il secolo scorso, la parte riguardante lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.
"Questo per non urtare i sentimenti degli studenti di fede islamica" è stato ciò che ha dichiarato il ministero; giudicate voi se è più grave l'atto o la spiegazione che viene data.
E mentre tutto questo gira e prende forza come un tornado non si aspetta nemmeno la scomparsa degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz per smontare, pezzo dopo pezzo, i simboli del loro dolore.
Con il furto del cartello metallico con la scritta "il lavoro rende liberi " sul cancello d'entrata del più grande campo di sterminio che la follia umana è stata capace di creare, una nuova follia cerca oggi di cancellarne il ricordo e i suoi simboli.
Ma non c'è da stupirsi questo è solo l'ultimo atto di una campagna di antisemitismo che non ha più neanche il pudore di mascherarsi da antisionismo o da criticità nei confronti del governo di Israele.
Cordiali saluti

Michael Sfaradi

(Shalom_Israele, 20 dicembre 2009)

Di commento aggiungo solo quattro parole: NOI NON CI ARRENDEREMO.

barbara


14 dicembre 2009

IL COMUNE PIÙ FELICE D’ITALIA

Sto parlando di quello in cui vivo. Così è risultato dalla somma dei vari punteggi, e ben due amici mi hanno segnalato l’evento, con tanto di link agli articoli per documentare la rivelazione.
Nel comune più felice d’Italia, ossia in quello con la migliore qualità della vita, sei anni fa ho fatto un trasloco. Per un mese intero tutti i giorni, due tre volte al giorno, sono venuta qui con la macchina stracarica di borse valigie cartoni pieni di libri dischi vestiti scarpe quadri piante stoviglie pentolame attrezzi soprammobili biancheria da casa tappeti cuscini ... Almeno un migliaio di volte ho fatto queste scale, due piani e mezzo, carica delle suddette borse valigie cartoni. Per almeno la metà delle volte c’è stato qualcuno del condominio che mi ha vista. Ci fosse stata una volta, dico una, che qualcuno avesse detto aspetta va’ che sto andando in su, le porto una borsa per una rampa di scale.
Due anni fa, come è noto, mi sono rotta tutte e due le gambe. Due mesi in sedia a rotelle e sei mesi in tutto prima di poter camminare più o meno normalmente senza sostegni. In sei mesi da una scuola con oltre sessanta colleghi ho ricevuto due telefonate e un biglietto. Visite nessuna. Delle colleghe di sezione, quindici anni di lavoro gomito a gomito, mai una lite, mai uno screzio, mai una discussione, mai un attrito, diverse – molto apprezzate – cene a casa mia, non si è fatta viva nessuna, né per telefono, né in nessun altro modo. ZERO. Sapendo che vivo sola. Sapendo che sto al secondo piano senza ascensore. Zero.
Ieri pomeriggio, mentre ero qui al computer, ho sentito suonare alla porta. Era la mia dirimpettaia, mi aveva portato su un pacchetto che già da un paio di giorni era giù, e vedendo che non lo prendevo le è venuto da pensare che forse c’era qualcosa che mi impediva di andarmelo a prendere da me, e ha pensato di portarmelo lei. A nessun altro del condominio era venuta la stessa idea. Poi, dopo qualche secondo, ha risuonato e mi ha detto: “Se lei cose bisogno, lei suona dice, sì?” La mia dirimpettaia è tailandese. Solidarietà fra stranieri immigrati, mi è venuto da pensare. Perché il diritto alla felicità nel comune più felice d’Italia, evidentemente, è appannaggio esclusivo degli indigeni.

E visto che oggi è felice – eccitato, per la precisione, ma insomma non sottilizziamo – anche lui, vai a leggerlo che così resti in tema.

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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