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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


1 febbraio 2012

E NELLA GIORNATA DELLA MEMORIA È TOCCATO VEDERE ANCHE QUESTO

Egregi Signori,
con la presente desidero mettervi a conoscenza di quanto accaduto nel pomeriggio di domenica 29 Gennaio a Nova Milanese.

L'Anpi cittadina, con la collaborazione di diversi esponenti della sezione di Paderno Dugnano, ha organizzato una conferenza dal titolo "Per non dimenticare".
http://www.peacelink.it/pace/a/35413.html   
La conferenza è iniziata con la presentazione di un libro della Professoressa Laura Tussi, esponente Anpi di Paderno, che ha preso gran parte del tempo disponibile, proseguendo poi con un documentario molto ben fatto da Daniele Marzotta sul lager di Natzweiler-Struthof.
Ha poi parlato il coautore del libro presentato all'inizio, seguito dal figlio di un deportato politico.
È stata quindi la volta di Mario Petazzini, esponente di spicco dell'Anpi di Paderno Dugnano, nonché di Rifondazione Comunista.
Il suo discorso è stato quantomeno fuori dal contesto, visto che si è lanciato in elucubrazioni sull'attualità con non avevano attinenza con la conferenza. Probabilmente il signor Petazzini pensava di essere a un comizio politico pre elettorale.
Ma questo non è importante.
Ciò che conta è che al termine dell'intervento egli ha elencato le stragi efferate che ancora oggi si compiono, a suo dire simili a quelle naziste, enumerando nell'ordine la ex Jugoslavia, il Ruanda, la Cambogia, e... naturalmente la Palestina.
A questo paragone improprio e indegno tra Auschwitz e Gaza in sala si sono levate delle proteste con la richiesta di ritrattare la dichiarazione e alcune persone hanno lasciato la sala.
Petazzini ha però rincarato la dose, dicendo testualmente che "Gaza è un grande lager".
Alla richiesta di scuse ha aggiunto, "Io non mi scuso di niente, tutti noi (dell'Anpi) la pensiamo così."

Alla conferenza è stata invitata anche mia madre, Anika Schiffer, che ha parlato per ultima, dopo di lui.
Mia madre e i suoi fratelli hanno trascorso dopo l'emanazione delle leggi razziali, anni di miseria, terrore ed emarginazione, per poi fuggire in montagna con la banda partigiana di Giorgio Bocca, la 2a divisione, inseguiti e ricercati dai nazifascisti in quanto ebrei.
Il loro destino era Auschwitz.
Il padre di mia madre, mio nonno, non riuscì a fuggire e fu portato prima al centro di raccolta di Borgo San Dalmazzo, poi a Fossoli e infine ad Auschwitz.
Era nella stessa baracca di Primo Levi, da cui mia madre negli anni del dopoguerra ebbe le informazioni sulla sua fine.
Mori il 10 Gennaio 1945 ed uscì per il camino 17 giorni prima che l'Armata Rossa entrasse nel campo.

Le persone che hanno lasciato la sala sono rientrate per ascoltare mia madre.
Ha raccontato la sua storia, come fa quando la invitano a parlare in circostanze simili, a un uditorio particolarmente attento e interessato.
Verso il termine dell'intervento ha tentato di dire qualche parola su Israele, che da Petazzini era stato provocatoriamente descritto come "l'impero del male". È riuscita a dire solo qualche frase smozzicata, interrotta in continuazione da Petazzini e altri due esponenti dell'Anpi di Paderno, che non gradivano quello che stava tentando di dire.
All'ennesimo tentativo di ricominciare la frase su Israele, Mario Petazzini HA SPENTO IL MICROFONO ad Anika Schiffer, dichiarando frettolosamente chiusa la conferenza. Le ha proprio schiacciato il pulsante di funzionamento del microfono, togliendoglielo da davanti.
A quel punto il pubblico ha protestato vivacemente per il gesto antidemocratico e vergognoso di vietare la parola a una signora ottantenne, scampata ad Auschwitz, che cercava di spiegare che Israele non era quello che sosteneva Petazzini.
Lui, molto innervosito dal fatto che qualcuno potesse contestarlo, ha addotto puerili e ridicole scuse relative al tempo che sarebbe terminato.
Bugie. Sia perché la sala era prenotata fino alle 19.00 ed erano le 18e40, sia perché in quel caso sarebbe bastato sussurrare all'orecchio di mia madre una cosa del tipo: "Vada a chiudere".
È stata un'operazione di vergognosa censura, degna degli "antisemiti progressisti" e di come li descrive assai bene Fiamma Nirenstein nel suo omonimo libro.
Tutta la sala si eè accorta chiaramente della volontà del Petazzini di non fare dire cose che non gli piacevano, supportato dagli altri esponenti dell'Anpi di Paderno Dugnano. Il suo gesto è stato inqualificabile e chiarissimo.
Sono riuscito a raccogliere i nominativi e i recapiti di 11 dei presenti, che scandalizzati dal suo comportamento sono pronti a testimoniare quello a cui hanno assistito. Nel caso voleste ascoltarli non avete che da chiedermi la lista.
Inoltre sono in possesso del filmato della conferenza, dal quale potreste ben comprendere cosa è successo. Se lo volete non avete che da chiedermelo.
Ma anche gli organizzatori hanno filmato TUTTA la conferenza, senza interruzioni, perché mi hanno detto che desideravano inserirla su You Tube.
Chiedete a loro il filmato integrale. Sono certo che la loro telecamera, posizionata su un cavalletto fisso, ha funzionato ininterrottamente fino alla fine.
Se vi dicessero che qualcosa non è stato registrato, sappiate che mentirebbero.
Nel post conferenza sono continuate le discussioni, mentre mia madre, distrutta e profondamente amareggiata per l'ignobile trattamento ricevuto veniva portata via da mia sorella.
Tra altre perle degli esponenti dell'Anpi vi segnalo solo questa: "Ha ragione Ahmadinejad a volere la bomba atomica, d'altra parte Israele ce l'ha gia'"
Il resto preferisco risparmiarvelo, ma si trattava dei soliti luoghi comuni antisemiti a cui, purtroppo siamo abituati.
Solo che non ce li aspettavamo da voi.
Non voglio credere che anche per voi gli unici ebrei buoni siano quelli morti, su cui riversate la vostra pietà, destinando invece il vostro odio a quelli vivi e che magari (ma tu guarda che pretese!) non si vorrebbero fare ammazzare.
Nel comunicarvi che riceverete la mia tessera strappata a uno dei vostri indirizzi, vi chiedo:
La posizione ufficiale dell'Anpi è che è vietato parlare di Israele nelle conferenze da voi organizzate?
Anche a quelle in teoria organizzate per ricordare la Shoah?
Pensate che Gaza e Auschwitz siano la stessa cosa, come i peggiori negazionisti e gli esponenti dell'estrema destra neonazista?
Ritenete che Ahmadinejad faccia bene a procurasi armi nucleari?
La posizione del vostro esponente Mario Petazzini è anche la vostra?
Se cosi fosse ne prenderemmo atto, tirando le debite conclusioni.
Se invece così non fosse, intendete intervenire nei confronti dei responsabili di questi atteggiamenti?
Vi sarò grato per una vostra risposta che, sono certo, non potrà mancare, fosse anche solo per una questione di educazione.
Provvederò personalmente a girarla a tutte le persone e le Associazioni che ci leggono in copia.
Saluto distintamente,
Roberto Cavallo Schiffer (da Informazione Corretta)

Come sono solita dire in questi casi, in realtà è vero che Gaza è esattamente come Auschwitz:
Auschwitz era un'istituzione guidata da una cricca di criminali che aveva come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei, e Gaza è un'istituzione guidata da una cricca di criminali che ha come unico scopo ammazzare il maggior numero possibile di ebrei. Davvero, con tutta la buona volontà è difficile trovare differenze sostanziali.
Comunque per avere una qualche idea su questa tragica prigione a cielo aperto in cui le vittime diventate carnefici stanno lasciando agonizzare un milione e mezzo di persone, suggerisco di dare un’occhiata a uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto nove.


barbara


28 gennaio 2012

UN SOGNO TRAMANDATO DAL FARAONE AL 1938

Mi chiamo Anna. Ho dodici anni. Ho occhi e capelli castani. La mia adolescenza è appena iniziata. Ma la mia vita sta per finire. Mi chiamo Rebecca. Ho cinque anni. Ho occhi azzurri e capelli biondi. Non festeggerò mai il mio compleanno di sei anni. Mi chiamo Isaac. Non so esattamente quanti anni ho. Forse uno. Forse due. L’unica cosa certa è che mi hanno separato dalla mia mamma. E che non la rivedrò mai più. Mi chiamo Ruben. Sarei dovuto nascere tra due mesi. La mia anima non giungerà mai in questo mondo. Qualcuno ha deciso che non meritiamo di vivere. Che siamo colpevoli di una diversità insopportabile. La lingua parlata dai nostri genitori è troppo differente da quella del posto. Il nostro modo di vestire non segue sempre le mode dettate dagli stilisti. I nostri nomi, durante l’appello, risuonano come suoni stranieri tra le mura di scuola. La nostra identità è troppo sentita per passare inosservata. Il nostro orgoglio come nazione troppo potente per rimanere silente. Coloro che ci hanno negato il futuro avevano un unico progetto in testa. Un sogno tramandato dal faraone fino al 1938. Cancellare per sempre l’esistenza del popolo a cui apparteniamo. Annientare il nostro presente per evitare un nostro domani. Un disegno, grazie a D-o, mai trasformato in realtà. Voi, che vi trovate lì oggi, a leggere comodi in una sinagoga o tra le accoglienti pareti di casa, potete scegliere. Se piangere per noi, commiserandoci e ricordandoci. O riportarci in vita. Quando una bambina di nome Anna compirà dodici anni e prenderà su di sé tutte le mizvot. Quando una bambina di nome Rebecca accenderà una candela al venerdì sera. Quando un bambino di nome Isaac pronuncerà ‘torà’ tra le sue prime parole. Quando un bambino di nome Ruben vedrà la luce e farà il brit milà all’ottavo giorno. Il sogno dei nostri nemici andrà in frantumi. E voi ci avrete ridato la nostra vita rubata.

Gheula Canarutto Nemni 

In realtà l’amica Gheula si dimostra, nel titolo, straordinariamente ottimista: quel sogno dura tuttora, purtroppo. Lo vediamo quotidianamente, in certi commenti immondi nei nostri blog, nei siti, nei forum, negli articoli di giornale, in certe sentenze di tribunale. Ma noi siamo qui, incrollabilmente determinati a mandare in frantumi quel sogno. E magari anche i sognatori.

 

barbara


26 gennaio 2012

FINO A QUANDO?

 

God ... God... God almighty, when will it end?
A moment of silence isn't enough for six million.
We'll never be able to understand the magnitude of this tragedy.
They had dreams of a final solution.
Everyone went to sleep, and that was their last day.
One by One a people was almost annihilated.
Even the bravest didn't survive.
None were human, all were just numbers.
Standing in a long line with no tomorrow in sight.
So much crying without a single tear.
So many endings and that was just the beginning.
Lots of prayers and shouts, but no one heard a sound.
And how could the Messiah not come to rescue us?
We were moving targets in Satan's shooting gallery.
Impossible to hide and nowhere to run to.
Temperature rising, our feet sticking to the ground.
From dust to dust, our souls go to Heaven.

The trains to death, the web of lies.
The helpless still struggling for life.
Murdered, robbed, that's it for their souls?
Identified only by numbers but their names won't be forgotten.
Freedom vanished, yet the hope remained.
The soul survived, our eyes looking towards Eretz Y'Israel.
A massacre without reason.
A sea of victims.
Those tired out with yellow stars on their shirts.
And were sent in to the flames.
How is it possible to steal dreams from kids.
In a time when adults' memories are stolen?
What did I do so horrible that there's no forgiveness.
I always said "Amen" after every prayer.
Now running through my head are thoughts of quitting.
Tell me, how did we lose.
our photos of mortals?
Feeling what happened to us in the Holocaust.
Sixty years ago and it's still engraved in our souls.
A big scream stuck in my throat.
Six Million! Etched in my memory.
What mistake created anti-Semitism?
Who gave man the authority to annihilate a culture?
From the Star of David almost nothing survived.
I'll wear mine, all my life never taking it off.
So that in the future.
We won't return to these same mistakes..
To remind me to always keep my eyes open.
And to teach me not to become prey within a cell.
There's not another life cowering in fear.
To be honoured in life, and to die with honor.
The code for Heaven is survival.
The sun will rise and the sun will set.
The rain will come and wash everything away.
The circle of life is true.
If there's life after death.
We'll wait for them there!
God...God...
God Almighty, when will it end?

God...God...
God Almighty, when will it end?

barbara


24 gennaio 2012

SHIR HASHIRIM, IL CANTICO DEI CANTICI

Per non dimenticare.

 

Perché c’è sempre chi dimentica, eccome se c’è.

barbara


16 gennaio 2012

1944, UNO DEI TRENI

Non avere paura di niente, bambino mio.
Non avere paura.
Ci aspettano prati infiniti, sotto cieli sterminati.
I prati si riempiranno di fiori al nostro arrivo,
i cieli si riempiranno di stelle.
Tieni i tuoi piccoli occhi chiusi,
e non vedrai più il treno;
non lo sentirai nemmeno.
La tua bocca è secca, perché abbiamo il deserto da attraversare.
Il rumore che hai nelle orecchie è quello del vento nelle dune.
La manna cadrà dal cielo, e noi non avremo mai più fame.
Noi impareremo a volare.
La terra del latte e del miele è dall'altra parte del sole.
Per arrivarci bisogna morire.
La morte ha i colori dell'alba, il rumore delle onde, e l'odore del sale.

Gli uomini e le donne un giorno dissero a Dio,
il cui santo Nome non si può nominare,
ma sui treni tutto è permesso, anche questo:
-Signore ci hai abbandonato.
Anche la Speranza se n'è andata.-
E l'Altissimo rispose:
-Non era lei l'ultima compagna che vi avevo lasciato,
ma sono le storie,
la forza di raccontare.
Anche nel fondo dei ghetti
dove vi hanno chiuso,
nei lazzaretti, sui treni,
dietro i fili spinati,
potete ancora chiudere gli occhi
e aprire le ali.-
E allora ascolta bambino mio, non smettere mai di ascoltare.
E non avere paura di niente, bambino mio.
Non avere paura.
Al di là del sole
la terra del latte e del miele non aspetta che noi.
I cieli si riempiranno di stelle,
tra cui impareremo a volare.

La morte è un bel gioco;
è lei l'ultima compagna,
quando la speranza è finita,
quando le labbra spaccate dall'arsura,
le lingue tagliate
non riescono più a raccontare.
Quando l'orrore ha tagliato le ali.
È lei l'ultimo dono.
Sia lode all'Altissimo per la sua pietà.          

Silvana De Mari


E noi che abbiamo ancora labbra
e noi che abbiamo ancora lingua
e noi che abbiamo ancora vita
non ci stancheremo di ricordare
non ci stancheremo di raccontare.
È questo l’ultimo dono
alle vittime innocenti.

barbara


5 gennaio 2012

GLI HAREDIM E LA SHOAH

Dicono gli ottimisti che da ogni evento si può trarre qualcosa di positivo. Vediamo, dunque: che cosa potrebbe venire di buono dall’oscena carnevalata in cui un gruppo di haredim hanno travestito da deportati i loro pasciuti pargoli – ingrassati a spese dello stato – sbeffeggiando i tutt’altro che pasciuti confratelli sterminati nella Shoah? Potrebbe venirne, per esempio, che il mondo cominci ad aprire gli occhi su quest’immonda gentaglia e la smetta di considerare la loro violenta arroganza come una richiesta di libertà religiosa. Potrebbe venirne – e sarebbe davvero la cosa più bella – che lo stato di Israele la smetta di foraggiare questa feccia capace di trattare a sputi e spintoni una bambina che mostra tre centimetri di braccia più di quanto loro, a proprio unico e insindacabile giudizio, hanno stabilito essere la giusta misura del pudore (e, per inciso, come qualificare un uomo adulto che si lascia turbare da tre centimetri di pelle di una bambina? A casa mia un individuo del genere ha un nome solo: pedofilo. Un lurido, infame, schifoso pedofilo). L’unica cosa sensata che, a mio avviso, il governo d’Israele dovrebbe fare sarebbe di cacciare questi individui a calci in culo: individui che si ritengono in diritto di stabilire su quale marciapiede le persone debbano camminare (ricorda qualcosa?) e quali posti debbano occupare sugli autobus (ricorda qualcosa?) perché non riconoscono allo stato di Israele il diritto di promulgare leggi (nel caso specifico quelle – normali in qualunque democrazia – che garantiscono l’uguaglianza fra i cittadini) e di farle rispettare, che addirittura non riconoscono neppure lo stato che li mantiene e garantisce loro un’infinità di privilegi, non meritano davvero nient’altro che di essere buttati fuori. Se poi consideriamo che questa gente passa la vita intera a studiare la Torah per poi dimostrare, così palesemente, di non averne capito nulla, direi che farebbero decisamente meglio a scegliere qualche attività molto meno intellettuale e molto più alla portata delle loro capacità intellettive.
Certo, c’è chi, non a torto, ricorda che dal mondo haredì viene anche altro, ma questo non può attenuare il severo giudizio che meritano i protagonisti delle vicende in questione (per non rischiare di confondere tra loro i molti volti dell’ebraismo, suggerisco comunque di leggere anche questo).



barbara


31 dicembre 2011

SEFARAD

È un libro che racconta di viaggi, Sefarad. E di persone incontrate durante i viaggi. E di racconti ascoltati durante i viaggi dalle persone incontrate durante i viaggi. E di libri letti durante i viaggi e dei racconti che vi si sono letti e dei ricordi di altri viaggi che tali racconti hanno evocato, e questi racconti di racconti sono talmente forti che te li senti scivolare sotto la pelle, penetrare nella carne, scorrere nelle vene, pizzicare i nervi uno per uno. E poi ancora altri viaggi, quei treni che attraversavano la notte dell’Europa, e anche quelle auto, corvi le chiamavano, che attraversavano le notti di Mosca. E nomi noti: Kafka, Milena... E nomi sconosciuti, perché sono milioni, quei nomi, e chi mai li potrebbe conoscere tutti. E poi ancora volti e occhi e tragedie e lettere e storie e incontri e una malattia che non si può pronunciare e una conchiglia bianca e la vita e la morte e l’orrore e le attese, di un bussare alla porta o di stivali chiodati o di una diagnosi o di un’alba che non arriva mai; e un libro pubblicato a Londra, rivenduto a Oslo, comprato in Virginia e letto a Madrid per conoscere la storia di un tedesco condannato a morte in Russia e assassinato in Francia. E la vertigine che ti coglie a tratti, e la tua mano si allunga ad afferrare la sponda del letto, o la gamba della sedia, o, se altro non c’è, la stoffa del vestito, e serrarla forte per non precipitare.
E man mano che leggevo mi segnavo pagine, questa la metto, e anche questa... e questa... Alla fine mi sono accorta che per mettere qui tutte le pagine degne di nota, tutte quelle che tolgono il respiro, tutte quelle che rileggi quattro volte di fila per assaporarne ogni sillaba, avrei dovuto tirare giù almeno tre quarti di libro. E allora le ho tolte tutte e ne ho lasciata una sola. Questa.

La città più bella del mondo, mi creda, il fiume più maestoso, né il Tamigi né il Tevere né la Senna gli si possono paragonare, il Duna, non ho mai imparato a chiamarlo Danubio. Un esempio di civiltà, così credevamo, finché non si scatenarono quelle belve, no, non solo i tedeschi, mi riferisco agli ungheresi, che non avevano bisogno di essere aizzati per agire con una ferocia inaudita, le Croci Frecciate, i segugi di Eichmann e Himmler, persone che abitavano vicino a noi, gente che parlava la nostra lingua, quella che io ho quasi dimenticato, soprattutto perché mio padre non voleva che la usassimo nemmeno fra noi, gli unici sopravvissuti della nostra famiglia, soli qui a Tangeri, con il nostro passaporto spagnolo, la nuova identità che ci aveva permesso di uscire dall'Europa dove mio padre non volle più tornare, l'Europa che amava e di cui andava fiero, Brahms, Schubert, Rilke e tutto quel ciarpame da snob che poi ripudiò per diventare ciò che comunque non era, un ebreo custode della Legge, scostante con i gentili, proprio lui, che non ci portava mai alla sinagoga e non osservava le festività, lui che parlava francese, inglese, italiano e tedesco ma di ebraico conosceva appena qualche parola e un paio di ninnenanne in ebraico spagnolo - e in effetti gli piaceva sottolineare questa nostra origine quando vivevamo a Budapest. Sefarad era il nome della nostra patria, benché ne fossimo stati scacciati da più di quattro secoli. Mi raccontava che la famiglia aveva custodito per generazioni la chiave della dimora dei nostri avi di Toledo, e mi parlava dei loro spostamenti come se si trattasse di una sola vita durata quasi cinquecento anni. Eravamo emigrati nel nord dell'Africa, poi alcuni di noi si erano stabiliti a Salonicco, altri a Istanbul, dove avevamo portato le prime tipografie, e nell'Ottocento eravamo arrivati in Bulgaria, finché, all’inizio del Novecento, mio nonno paterno, che si dedicava al commercio del grano nei porti sul Danubio, si stabilì a Budapest e sposò una ragazza di buona famiglia, perché all'epoca i sefarditi si consideravano superiori agli ebrei orientali, askenaziti poveri dei villaggi polacchi e ucraini, le vittime dei pogrom russi. Noi eravamo spagnoli, diceva mio padre nel suo plurale orgoglioso. Lei sapeva che un decreto del 1924 ha restituito la nazionalità spagnola ai sefarditi?

(Sì, io lo sapevo. È stato giocando su quel decreto che Sanz Briz prima e Perlasca poi hanno emesso migliaia di documenti che hanno salvato la vita ad altrettanti ebrei ungheresi).

Antonio Muñoz Molina, Sefarad, Mondadori

 

barbara


16 novembre 2011

OPERAZIONE MADAGASCAR

Ogni tanto capita di sentirlo, da parte di chi cerca di rivoltare la storia a proprio uso e consumo, ossia in funzione antiisraeliana e, in definitiva, antisemita: ma quale Palestina? Ma quali radici storiche? Ma se gli andava bene anche il Madagascar! Il fatto è che anche questa, come tutte le belle storielle che ci raccontano gli antisemiti, è pura invenzione. Perché l’idea di spedire gli ebrei nel Madagascar non è affatto venuta agli ebrei, bensì ai polacchi, per liberarsene. E gli sarebbe andato benissimo, ai polacchi, di spedirli in Palestina, solo che quello non andava per niente bene agli inglesi che, dopo essersi assicurati il mandato sulla Palestina all’unico scopo (dichiarato) di farne la patria degli ebrei, prima gliene hanno rubato tre quarti per regalarli all’emiro Abdallah, poi nel quarto rimanente hanno fatto di tutto per far entrare arabi e lasciare fuori gli ebrei (compreso ai tempi delle camere a gas), e allora hanno avuto la formidabile pensata del Madagascar. Che agli ebrei, naturalmente, non è piaciuta neanche un po’. Il che ha indotto i polacchi ad escogitare un piano semplicemente geniale: renderemo la vita degli ebrei un tale inferno che saranno costretti a scegliere il Madagascar. E infatti a questo punto un discreto numero di ebrei si è rassegnato a prendere in considerazione anche l’idea del Madagascar.
Non capita spesso di trovare appassionante un libro di storia, ma questo lo è, sia nella prima parte, relativa all’operazione Madagascar vera e propria, sia nella seconda parte relativa al dopoguerra, in cui il violento antisemitismo polacco prosegue inalterato (la Polonia è stata, credo, l’unico Paese in cui i reduci dai campi di sterminio sono stati accolti a sassate, coltellate, fucilate), arrivando addirittura ad aumentare sotto la dittatura comunista.
Da leggere tutto, per approfondire le cose che già sappiamo, e per scoprire qualcosa che forse ancora ci manca.

Carla Tonini, Operazione Madagascar, CLUEB



barbara


9 novembre 2011

C’È REDENZIONE AL MALE ASSOLUTO?

Forse sì. A volte sì. Indubitabilmente sì. Guardare per credere.



barbara


27 ottobre 2011

L’ISLAM E LA SHOAH

Un giorno, era il 1994 e vivevo ancora a Ede, piccola cittadina olandese, la mia sorellastra mi venne a trovare. Entrambe avevamo chiesto asilo politico nei Paesi Bassi.
A me fu concesso, a lei no. Così, io ho avuto la possibilità di studiare. Cosa che lei non ha potuto fare. Per frequentare l'Università che mi piaceva, c'era un esame di ammissione da superare: una prova di lingua, una di educazione civica e una di storia. Fu durante il corso di preparazione all'esame di storia che, per la prima volta, sentii parlare dell'Olocausto. Allora io avevo ventiquattro anni, e la mia sorellastra ventuno. Erano i giorni in cui, alla tv e sui giornali, non si parlava che del genocidio del Ruanda e della pulizia etnica nell'ex Jugoslavia. Il giorno in cui la mia sorellastra venne a farmi visita, ero fuori di me. La storia delle peripezie ai sei milioni di ebrei in Germania, Olanda, Francia e nell'Europa orientale mi aveva profondamente sconvolto.
Avevo appreso che uomini, donne e bambine innocenti erano stati strappati alle proprie famiglie. La stella di David appuntata al petto, venivano ammassati sui treni che li avrebbero portati ai campi di concentramento, per poi essere gassati, per la sola colpa di essere ebrei.
Avevo visto foto con ammassi di scheletri e cadaveri, anche di bambini. Sentito storie agghiaccianti da alcuni dei sopravvissuti all'inferno di Auschwitz e Sobibór. Raccontai tutto ciò alla mia sorellastra, e le mostrai le foto riportate dal mio libro di storia. La sua reazione, però, mi fece impallidire più delle istantanee del mio libro.
Con grande convinzione, prese a sbraitare: «È una menzogna, non farti abbindolare dagli ebrei! Non furono sterminati, né gassati, né trucidati. Ma io prego Allah che cancelli il popolo ebraico dalla faccia della terra».
La mia sorellastra ventunenne non diceva nulla di nuovo. Il mio impallidire era dovuto in parte alle agghiaccianti testimonianze che avevo appena visto e ascoltato, in parte ai genocidi di cui allora ci veniva data notizia.
La stigmatizzazione del popolo ebraico, bollato quale incarnazione del male e nemico giurato dell'Islam, di cui sarebbe intento a ordire la distruzione, è stato il topos della mia infanzia in Arabia Saudita. A indottrinarci, le nostre maestre, le nostre madri e i nostri vicini di casa. Nessuno ci ha mai parlato dell'Olocausto.
E ricordo come, durante l'adolescenza in Kenya, quando i filantropi dell'Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo arrivarono in Africa, le costruzione delle moschee e le donazioni agli ospedali e agli indigenti si accompagnassero alla maledizione del popolo ebraico. Gli ebrei erano i responsabili della morte di bambini, di epidemie come l'Aids e dei vari conflitti. La loro ostinata ambizione li avrebbe portati a fare qualunque cosa pur di annientare tutti i musulmani. Se volevamo la pace e la serenità, e tenevamo alla nostra sopravvivenza, occorreva distruggerli. E chi non era in grado di imbracciare le armi, avrebbe dovuto solamente unire le mani in preghiera e levare gli occhi al cielo supplicando Allah affinché distruggesse il popolo ebraico.
Oggi, i leader occidentali che si dicono scioccati dalla conferenza promossa questa settimana dal leader iraniano Ahmadinejad dovrebbero fare i conti con questo dato di fatto. Per la maggior parte dei musulmani nel mondo, l'Olocausto non è un fatto storico che loro ostinatamente negano. Semplicemente, non sappiamo cosa è successo perché nessuno ce lo ha raccontato. E, peggio ancora, la maggior parte dei musulmani, sin da bambini, sono incitati a sperare nello sterminio del popolo ebraico.
Ricordo bene, in Africa, filantropi occidentali, Ong e istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale presenti sul posto. I loro delegati portavano agli indigenti medicine, preservativi, vaccini e materiale edilizio. Mai una parola, però, sull'Olocausto. A differenza dei filantropi dediti alla causa dell'Islam, i volontari e le associazioni umanitarie cristiane e laiche non arrivavano sotto il vessillo dell'odio. Ma neppure loro si preoccuparono di parlare chiaro e forte contro quest'ultimo. Questa fu la grande occasione mancata per osteggiare il messaggio di incitazione all'odio diffuso dalle organizzazioni provenienti dai Paesi musulmani ricchi di petrolio.
Oggi, la popolazione mondiale ebraica è stimata in circa 15 milioni di persone. Certo non più di 20 milioni. In termini di tasso di crescita e invecchiamento della popolazione, la popolazione ebraica è paragonabile a quella degli altri Paesi sviluppati.
La popolazione mondiale musulmana, invece, è stimata tra 1,2 e 1,5 miliardi. E non solo cresce rapidamente, ma è anche molto giovane.
La cosa che più mi colpisce della conferenza di Ahmadinejad è la (tacita) acquiescenza dei musulmani moderati. E non riesco a smettere di chiedermi: perché nessuno promuove una controconferenza a Riad, Il Cairo, Lahore, Khartoum o Giakarta al fine di condannare Ahmadinejad?
La risposta potrebbe essere semplice quanto agghiacciante: per generazioni, i leader dei cosiddetti Paesi musulmani hanno indottrinato la popolazione a suon di una propaganda simile a quella propinata in passato ai tedeschi (e ai loro vicini europei). Quella secondo cui gli ebrei sono parassiti e dovrebbero essere trattati di conseguenza. In Europa, la conclusione logica di tutto ciò fu l'Olocausto. Se Ahmadinejad proseguirà su questa china, non avrà difficoltà a trovare Paesi musulmani disposti a mettersi ai suoi servigi.
Il mondo, invece, avrebbe bisogno di conferenze sull'amore, della promozione della comprensione reciproca comprensione tra culture e di campagne contro l'odio razziale. Ancora più pressante, però, è il bisogno di un'efficace e continua campagna di informazione sull'Olocausto. E questo non solo nell'interesse degli ebrei sopravvissuti allo sterminio e dei loro figli e nipoti, ma dell'umanità in generale.
Forse, la prima cosa da fare è contrastare il connubio tra filantropia islamica e odio contro il popolo ebraico. Le organizzazioni umanitarie cristiane e occidentali nel Terzo mondo dovrebbero farsi carico di tutto ciò raccontando, a musulmani e non, cosa è stato l'Olocausto.

Ayaan Hirsi Ali, Corriere, 17.12.06

Una testimonianza pressoché identica l’ho trovata molti anni fa nel libro autobiografico della marocchina Malika Oufkir, talmente priva di pregiudizi da non avere problemi a collaborare, per la stesura del suo libro, con una scrittrice ebrea, e che tuttavia della Shoah sente per la prima volta quando, dopo una lunghissima prigionia (vent’anni di prigione e cinque di libertà vigilata) dovuta al fatto di essere figlia di un oppositore di re Hassan II, fugge in Francia. E anche lei lo stesso sgomento nel rendersi conto di questa immensa lacuna, di questo incredibile buco nero nella sua conoscenza delle cose del mondo. Ed è un buco nero, questo che attraversa l’intero mondo islamico, che dice più di qualunque altra cosa.

           

   

barbara


19 ottobre 2011

SENZA PAROLE

 

barbara


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16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


19 settembre 2011

AUSCHWITZ È DI TUTTI

È impossibile comprendere le sofferenze mortali di una persona che viene portata via da casa, strappata agli affetti familiari, alla quale si toglie ogni dignità, che viene depredata di tutto, che si umilia rasandole i capelli e vestendola di stracci, che non ha più un nome, che si trova in una terra ostile dove non può sfogarsi con nessuno, perché tutti parlano lingue incomprensibili. (p. 25)

È vero, è impossibile comprendere. Ed è difficile persino immaginare. Ciò non ci esime tuttavia dal dovere di conoscere, dal dovere di aggiungere, ogni volta che sia possibile, un ulteriore tassello alla conoscenza. Marta Ascoli, che aveva 17 anni al momento della deportazione e che ha trovato nella speranza di potere un giorno testimoniare la forza per resistere e sopravvivere, ci fornisce uno di questi tasselli – uno degli ultimi prima che il tempo inesorabile ci privi degli ultimi testimoni. Non lasciamocelo sfuggire, soprattutto in questi tempi bui in cui tornano ad alzare la testa i mostri che vorrebbero un mondo judenfrei.

Marta Ascoli, Auschwitz è di tutti, Rizzoli



barbara


3 luglio 2011

LE NAVI GRIGIE

di Jack Cohen

Ero seduto sulla veranda del ristorante del Mini-Golf a Netanya, ammirando il tramonto sul mar Mediterraneo. Era bellissimo, non una nave in vista, l'ampio orizzonte libero del mare che si estende a perdita d'occhio. Ha portato alla mente due cose.
Mi ricordo un racconto breve di Amos Oz che ho letto una volta, intitolato "Le navi grigie" o qualcosa del genere.
Ogni giorno un vecchio a Tel Aviv si alza presto e va sulla riva del mare a guardare verso l'orizzonte. Qualcuno gli chiede perché fa una cosa del genere e lui risponde: "Sto aspettando l'arrivo delle navi grigie". Naturalmente, le "navi grigie" rappresentano il timore che tutti abbiamo del male lontano dei nazisti tedeschi, o degli Inglesi o di tutti gli altri, che navigano verso il nostro piccolo Stato indipendente cercando di farci fuori.
Stavo pensando che non ci sono imbarcazioni all'orizzonte. Ad eccezione della flottiglia, che sta ora facendo la sua strada dalla Grecia verso le nostre coste. Oh sì, puntano verso Gaza. Ma senza dubbio sono le repliche delle "navi grigie", sono i suoi sostituti, che dal cosiddetto mondo civilizzato piombano su di noi per dirci che cosa fare, che cosa è morale. E noi avremmo bisogno del vostro consiglio, dopo quello che ci avete fatto? È pieno di autocompiaciuti presuntuosi "utili idioti" che cercano di darci una lezione morale. Che cosa ne sanno loro, dei terroristi di Hamas che lanciano razzi sui nostri figli? Che cosa ne sanno loro, dei teppisti di Hamas che lanciano giù dai tetti gli uomini di Fatah? Che cosa ne sanno loro, dell'odio per gli Ebrei inculcato nei loro figli nelle scuole dell'Unrwa?
Così le "navi grigie" stanno cominciando a venire. Quando ho lasciato il ristorante, sono stato attratto un attimo dalla visione del nuovo edificio che s'impenna di fronte al ristorante. È di 30 piani e ha la forma di una scalinata con una torre in cima. Sembra un'enorme nave grigia. Ho avuto l'improvvisa immagine dei due gruppi di imbarcazioni, l'edificio grigio e la flotta, impegnati in battaglia l'uno contro l'altro. Abbiamo piantato radici profonde nella nostra terra, quando i pionieri giunsero qui non c'era nulla. Il villaggio di Uhm Khaled si trovava vicino all'ufficio postale principale che oggi è di fronte al centro commerciale Sharon. Lo sceicco ha venduto la terra ai sionisti dicendo loro "Vi abbiamo aspettati centinaia di anni per restituirvela." Allora c'era solo sabbia, mare e cielo. Ora c'è una metropoli movimentata di circa 200.000 persone. E adesso quegli intrusi hanno pure il coraggio di mettere in discussione il nostro diritto di esistere, noi che abbiamo sviluppato il terreno e costruito le città e quelli di noi che sono seguiti. Così, portate pure avanti le vostre "navi grigie", la vostra flottiglia di odio.

Noi siamo qui! (Traduzione di Fulvio del Deo)

Quel “Noi siamo qui” pare che qualcuno abbia difficoltà a comprenderlo, e da decenni sta tentando di annullarlo. Ci si sono rotti le corna, gli è costato migliaia di morti e decine di miliardi di dollari e ancora non se ne sono fatti una ragione. Ma, lo capiscano o no, se ne facciano una ragione o no, resta comunque il fatto, incancellabile, che NOI SIAMO QUI. (Tu invece vai anche qua)

               

barbara


19 maggio 2011

SOFFERENZA

Fra tutti i commenti letti in giro direi che questo è in assoluto il migliore.

Uomini simpatici

Il regista Lars Von Trier è uno di quegli uomini spiritosissimi le cui battute hanno la leggerezza di uno scaffale con tremila libri che piomba sul pavimento. Durante la recente conferenza-stampa a Cannes, dove presentava "Melancholia", il suo allegro film sulla fine del mondo, ha detto di trovare simpatico Hitler quando è nel bunker - sottintendendone il suicidio. In effetti, la morte è l'unico momento della vita di Hitler che riscuota un consenso allargato, ma è probabile che definendo il Furher simpatico, Von Trier alludesse all'etimo greco di simpatia, condizione in cui proviamo sentimenti di forte vicinanza con qualcuno. Poi il regista non ce l'ha con gli ebrei: lo ha precisato nelle fulminee scuse di prammatica. Anzi, oltre a Hitler gli sono molto simpatici proprio gli ebrei. Sinceramente, non è chiaro che  volesse dire e a questo punto non si capisce da quale greppia si serva.
Tuttavia, non roviniamoci questo bel momento: la conferenza stampa è stato un fuoco d'artificio, soprattutto quando l'artista ha detto nel suo caratteristico inglese da fattoria danese che Israele è "a pen in the ass" (un pene nel culo). Volendo sottilizzare, la vita è curiosa. Un altro hitleriano magari avrebbe detto che Israele lo infastidisce come una mosca, come un creditore, o una piattola. Von Trier non può: è un regista pornografico e il lavoro è lavoro. Lui è uno che quando gira una scena prima la prova di persona, come quella volta con l'elefante. Se ha detto così sapeva perfettamente di cosa stava parlando. Noi non possiamo neanche immaginare il suo immenso dolore.

Il Tizio della Sera

Nel frattempo apprendiamo che il ministro della GIUSTIZIA belga ha avuto un’idea assolutamente geniale, e di idee geniali, in questi tempi bui, abbiamo davvero bisogno.


barbara


18 aprile 2011

HO VISTO COSE

“Un’estranea fra noi” è un bellissimo film. Ma non è per raccontarvelo che ho aperto questo file, bensì per parlare di un’unica, specifica, scena. Solo una breve premessa, per capire di che cosa si tratta. Nella comunità ebraica ortodossa di New York è stato assassinato un ragazzo, e una poliziotta viene inviata per indagare. La prima cosa che dice, appena arrivata, è che gli indizi portano a pensare che l’assassino venga dall’interno della comunità. Il rabbino obietta che non è possibile, che lui conosce tutti, che nessuno può avere fatto una cosa simile. E lei, disinvolta: “Eh, lei è buono e si immagina che tutti siano come lei, ma io, guardi, ho visto cose che lei neanche si immagina”.
Per meglio indagare, si stabilisce all’interno della comunità, vivendo insieme a una ragazza. Acquistata confidenza, un giorno le chiede: ma il rabbino, come mai non ha una moglie, dei figli? E la ragazza risponde: li aveva, ma li ha persi al campo. Quale campo? Auschwitz. E lei, ricordando quello che gli aveva detto al primo incontro, rimane impietrita.
Ecco, l’insegnamento da trarre è che prima di vantarci di quanto siamo scafati, magari sarebbe meglio informarci su chi abbiamo davanti.
Perché questo post? Perché sì.
Perché adesso? Perché sì. Perché mi è improvvisamente venuto in mente mentre coprivo di panna montata le fettine d’arancia. Perché è sempre il momento giusto per ricordare ciò che è stato fatto – e ancora di più lo è in un momento come questo, in cui perfino l’assassinio di uno straniero da parte di islamici palestinesi diventa motivo per scatenare isteriche reazioni contro Israele e contro gli ebrei tutti - e rifletterci su.



barbara


11 aprile 2011

EICHMANN

“Che padre buffo che hai” dice Nelly con una risatina. Mi guarda aspettando la mia reazione, ma io evito i suoi occhi. Cosa posso dire? Lei non sa niente della fame o delle SS. Per lei parole come baracche, latrina, o crematorio non vogliono dire niente. Parla un linguaggio diverso.
Il padre di Nelly non ha il campo, lui ha una bicicletta con la quale si reca in fabbrica, con il cestino per il pranzo legato al portapacchi.
La sua mamma tiene sempre ai piedi delle pantofole a quadretti. Pattina avanti e indietro per la cucina, praticamente senza mai sollevare i piedi dal pavimento. Vive in cucina, tra i piatti sporchi e le cose da rammendare. È sempre arrabbiata, non solo con noi, ma con le pentole, la caffettiera e il mondo intero. I suoi denti falsi li lascia in una ciotolina sullo scolatoio. Se li mette solo la domenica quando va in chiesa.

“Ce l’hai, vero, la televisione?” mi chiede quando dopo la scuola vado a vedere se c’è Nelly. “Allora vedrai anche Eichmann”. L’ostilità che c’è nella sua voce mi rende nervosa. Guardo fisso lo stoino. “Non sai chi è Eichmann?”. Arrabbiata, pattina su e giù. Passando, spinge in malo modo una sedia sotto la tavola e giocherella con i pomelli della stufa.
“È un animale! Hanno fatto bene a metterlo in una gabbia di vetro. Mi piacerebbe farlo morire a calci, quel porco bastardo!”. Si strofina a lungo le mani con il grembiule. “Lo abbiamo visto con i nostri occhi ieri in televisione. Tutti gli ebrei venivano spinti dentro un camion e quando questo si metteva in moto entrava il gas. Morivano tutti soffocati. C'era un cucciolo che saltellava intorno uggiolando. Hanno gettato dentro al camion anche lui”. Alza le mani per far vedere come avevano fatto, ma urta un armadietto.
“Il cervello si rifiuta di capire!” dice spalancando la bocca sdentata. “Che male può fare un cucciolo? Un cucciolo come quello non è mica ebreo, no?”. Nelly arriva e fa le smorfie alle spalle di sua madre.
“Ciao! Andiamo fuori a giocare”.
“No” rispondo. “Io devo andare a casa”.

Le calze mi scivolano giù, ma io non smetto di correre. Quando entro di corsa in soggiorno, la televisione è accesa. Vedo la gabbia di vetro sullo schermo. Seduto dentro c'è un uomo calvo e con gli occhiali. Sta parlando nel microfono. Non sembra un animale, sembra il signor Klerkx che qualche volta sostituisce la nostra maestra e che prima della lezione ci fa cantare:
Oh, ancora dormite bei fiorellini?
“È quello Eichmann?” chiedo delusa. “Non sembra per niente un mostro, sembra il signor Klerkx di scuola nostra”. Mio padre annuisce.
“Sembra il postino o il fornaio. Il postino porta le lettere, il fornaio fa il pane, e Eichmann mandava intere popolazioni nelle camere a gas. Faceva il suo lavoro come tutti gli altri fanno il loro. Questo mi fa impazzire”.
“Allora perché lo guardi?.”
“Perché voglio capire. Ma ora capisco ancora meno di allora”.
“La mamma di Nelly dice che le piacerebbe ammazzarlo a calci”. Mio padre ride.
“Con quelle sue pantofole sdrucite?”.
Accende una sigaretta.
“Piacerebbe a molta gente” dice. “I giornali sono pieni di lettere di gente che si offre per uccidere Eichmann. Ora che è indifeso, ora che tutti possono schiacciarlo con la suola di una ciabatta. Un intero esercito di volontari. Dov'erano questi eroi quando avevamo bisogno di loro? Ci capisco sempre meno”.
(da “Come siamo fortunati” di Carl Friedman, Giuntina, pp. 22-24)

I “noi fortunati” del titolo sono quelli nati “dopo” (l’autrice è nata nel 1952), quelli che non “hanno il campo”, come suo padre (il campo non “si è avuto”: il campo “si ha”, come una malattia cronica, con cui si impara a convivere, ma da cui non si guarisce mai più).

Esattamente cinquant’anni fa, l’11 aprile 1961, iniziava a Gerusalemme il processo ad Adolph Eichmann, conclusosi con l’unica condanna a morte eseguita in Israele (qui il video con la sentenza).


barbara


8 febbraio 2011

LA VIRTÙ DELLA PAZIENZA

Tuvia Friedman (1922-2011)

Tutti i suoi giorni li ha dedicati a una missione, o, come sosteneva sua moglie Anna Gutman, a un'ossessione: prendere i nazisti, fargliela pagare.
Tuvia Friedman era nato nel 1922 a Radom, in Polonia. Dopo l'invasione del suo paese fu catturato dai tedeschi e rinchiuso in un campo di concentramento nei pressi di Radom, dal quale riuscì a fuggire nel 1944. Tutta la sua famiglia, eccezion fatta per la sorella, Bella Friedman, fu sterminata.
Prima e dopo la fine del Secondo conflitto mondiale non si stancò di dare la caccia ai nazisti. Il suo nome di battaglia, nelle milizie semiufficiali della Polonia liberata, era Lo spietato. Col pensiero fisso di vendicare la morte dei suoi familiari, girò per tutta la Polonia, cacciando e talvolta liquidando i nazisti.
Nel 1945, dopo la liberazione della Polonia, fu protagonista di un episodio che ben esemplifica la profonda dedizione alla sua missione: al fine di acciuffare personalmente la SS Konrad Buchmayer, catturato e detenuto in un campo di prigionia, si finse a sua volta un ufficiale nazista per essere portato anch'egli nello stesso campo. Non voleva rischiare che il gerarca la passasse liscia.
Non passò molto tempo dalla fine della guerra perché Friedman si associasse con l'altro grande cacciatore di nazisti, Simon Wiesenthal. Dalla loro base viennese i due impostarono insieme un'attività che nel corso degli anni contribuì alla cattura di oltre duecentocinquanta nazisti responsabili di crimini di guerra. È stato proprio il Centro Simon Wiesenthal a dare la notizia della sua morte.
La loro azione era così strutturata: da una parte raccoglievano indizi e facevano le ricerche per rintracciare gli ex gerarchi ai quattro angoli del pianeta, dall'altra si impegnavano a tenere alta l'attenzione dei governi e dell'opinione pubblica sul perseguimento dei criminali di guerra. “Si assicurò che il nome di Eichmann comparisse spesso sulle prima pagine dei giornali”, scrive lo storico Tom Segev nel suo recente libro Simon Wiesenthal, the life and legends.
Dopo il 1950 Tuviah Friedman si trasferì in Israele, dove, mentre collaborava all'istituto Yad Vashem, continuò autonomamente a Haifa la sua missione e fondò l'Istituto per la documentazione dei crimini di guerra nazisti.
La sua attività non fu sempre ben vista in Israele: fu perlopiù ignorato dalle autorità e dalla gente, la quale condivideva grosso modo l'opinione della moglie di Friedman. Suo marito, sosteneva Anna Gutman, era ormai vittima di una psicosi. Cercò spesso di farlo desistere, di fargli abbandonare la sua “ossessione”. Gli diceva che ormai la gente cercava di dimenticare i nazisti, ma lui non voleva sentir ragioni. Solo un nome, ormai, gli ronzava per la testa: Adolf Eichmann, lo stratega della soluzione finale.
Un giorno ricevette una telefonata dall'Argentina: un uomo, interessato alla ricompensa di diecimila dollari promessa da Friedman e dal suo Istituto, si dichiarava in grado di fornire informazioni sul luogo in cui si trovava Eichmann.
Friedman rese pubblica la notizia ma non godendo di molto credito presso le autorità israeliane, fu quasi del tutto ignorato. Almeno pubblicamente. Era il 1960. Sappiamo come è andata a finire. L'uomo che si era messo in contatto con Friedman si chiamava Lothar Hermann, un ebreo sopravvissuto allo sterminio e trasferitosi a Buenos Aires. Sua figlia aveva una relazione sentimentale col giovane figlio di Eichmann, il quale le si era rivelato con il suo vero cognome. Il signor Hermann fu colui che passò le informazioni sulla base delle quali il Mossad organizzò il famoso rapimento. Ai servizi segreti, dunque, non era sfuggito l'allarme lanciato da Friedman, ma ufficialmente non gli venne riconosciuto nessun ruolo nella vicenda.
“Per tutti questi anni sono stato ignorato e offeso”, dichiarò una volta, amareggiato, alla stampa israeliana, “ma ho la dote della pazienza”. Come ogni buon predatore.

Manuel Disegni

Possa ora riposare in pace, che davvero lo ha meritato.



barbara


29 gennaio 2011

PROVE SCIENTIFICHE

Uno dei cavalli di battaglia dei negazionisti è che non esiste alcun documento che riporti l’ordine di Hitler di attuare la soluzione finale. Il che è probabilmente, per non dire sicuramente, vero. Ora, io vorrei che questi signori mi presentassero un documento riportante l’ordine di Hitler di invadere l’Unione Sovietica. Se non saranno in grado di fornire tale documentazione, sarà scientificamente provato che l’invasione dell’Unione Sovietica non è mai avvenuta.

barbara


24 gennaio 2011

LETTERA APERTA A PADRE PIERBATTISTA PIZZABALLA

Padre,
ho ascoltato con grande interesse e, non le nascondo, con stupore misto a commozione, le parole da lei pronunciate di fronte ad un gruppo di italiani, amici di Israele, che sono venuti ad incontrarla a Gerusalemme. Dopo avere sentito per lunghi anni le parole regolarmente dette dal suo predecessore, padre Giovanni Battistelli, di sicuro non amico dei cittadini di Israele, il
fatto di sentirla riconoscere, finalmente, che quello della Basilica della Natività non fu certamente un assedio dei soldati di Tsahal, o che i cristiani in Israele stanno effettivamente non solo bene, ma meglio che in tutte le terre limitrofe, mi ha, ripeto, commosso e fatto sperare che finalmente, con lei, si possa iniziare davvero un dialogo serio e proficuo (le assicuro che sarò ben lieto di fare tutto quanto nelle mie possibilità per favorirlo).
Padre, se le scrivo oggi è perché le devo segnalare alcuni fatti che, devo presumere, sono sfuggiti alla sua attenzione. Nel sito
http://www.custodia.org/ è riportata una carta geografica, messa in rete nel 2007, nella quale si vedono le terre che si affacciano sul Mediterraneo orientale. Ebbene, in tale carta sono segnate le capitali di nazioni nelle quali la Sua Missione, che ha ricevuto da tempi antichi la denominazione di Custodia di Terra Santa, oggi come ieri vi continua la sua preziosa opera, fedele alla condizione propria di missionari e di profeti di
riconciliazione e di pace; tra le capitali si vedono Beirut, Damasco, Amman, Il Cairo; non figura Gerusalemme, mentre figura una città denominata Tel Aviv Giaffa, strana unione di due città adiacenti, una, in un certo senso, madre dell'altra. Ma non vi è traccia della città alla quale sono più legato, anche perché mi ha dato i natali: Gerusalemme. Non posso pensare che la Sua Missione abbia intenzione, oggi, sotto la sua Custodia, di fare quel discorso politico che, in un certo senso, contrasta con le parole da lei pronunciate, appunto, di fronte alla delegazione di italiani amici di Israele. Ma vede, padre, non si può neppure pensare che in quella carta siano indicate solo città capitali (argomento che, ripeto, poco avrebbe a che vedere con il compito di missionario); infatti, oltre alla già ricordata Giaffa, figurano, ad esempio, le città di Alessandria e di Rodi che non mi risultano essere città capitali di alcuno stato. Ed allora davvero Gerusalemme è stata dimenticata, come se facesse parte di un altro mondo (quello celeste, forse?) Ma come è possibile? La prego, padre, la faccia subito segnare, in grande evidenza, sulla carta geografica riportata in questo sito.
Mi permetta, poi, giacché mi sono permesso di scriverle, di chiederle un secondo favore. Lei non può certo ignorare che un numero sempre crescente di pellegrini vengono a visitare Gerusalemme e le altre località della "Terra Santa"; purtroppo le guide che accompagnano questi visitatori falsificano in modo vergognoso le realtà non strettamente legate al mondo cristiano. Basterebbero pochi esempi, ma gliene voglio segnalare uno soltanto, forse nemmeno il più grave: al cospetto delle 6 luci sempre accese di fronte al Kotel, viene detto ai pellegrini che sono in ricordo "della guerra dei sei giorni". Capisce, padre, nemmeno un minimo di riguardo per i sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazi-fascista ai quali le luci sono dedicate. Mi creda, padre, tante volte è proprio iniziando dalle piccole cose che si arriva a grandi risultati; magari perfino a rilanciare, finalmente, quel dialogo tra ebrei e cristiani del quale il mondo occidentale, come lei ben ha dimostrato di sapere, ha tanto bisogno.
Un cordiale shalom
Emanuel Segre Amar


10 gennaio 2011

E QUATTRO (3)

Günther


Grazie a Chicca per la foto

Günther è nato in Germania, nel 1940: il padre non l’ha conosciuto: è morto in guerra. Nel 1963, alla ricerca di qualcosa di meglio della volgarità del suo ambiente di lavoro, è approdato in Israele, come volontario in un kibbuz. E qui si è trovato a fare i conti fra la sua coscienza di tedesco e la realtà della Shoah. La sua storia comincia da qui, da questo. Volontario in un ospizio per vecchi, molti sopravvissuti ai campi di sterminio, bisognosi di parlare, di liberarsi dell’inferno vissuto, lui che sente il dovere, come tedesco, come cristiano – ad un certo punto in conflitto anche col suo essere cristiano a causa del male fatto dal cristianesimo agli ebrei, dell’odio accuratamente coltivato, delle persecuzioni perpetrate nel corso dei secoli – di offrire una sorta di risarcimento. Ma la sofferenza ad un certo punto diventa insostenibile, chiede di essere adibito a un altro incarico, gli affidano dei bambini handicappati, mette in piedi una falegnameria per far imparare a questi ragazzi un mestiere e per rendersi finanziariamente autosufficiente. Per alcuni anni fa mezzo anno lì e mezzo in Germania, alla fine si stabilisce definitivamente lì, sposando una volontaria anch’essa tedesca e cristiana.
Oggi Günther ha 71 anni. Non è in condizioni ottimali perché anni fa a causa di una caduta è rimasto tre giorni in coma e la sua memoria ne ha un po’ risentito, ma continua a portare avanti, infaticabilmente, l’opera iniziata quasi mezzo secolo fa, di pagare colpe non sue ma di cui la sua coscienza ha sentito di doversi fare carico. Vive presso la comunità tedesca di Migdal in Galilea, dove con pochi familiari conduce una residenza per anziani. Non si è mai convertito formalmente, ma tutti i suoi figli si sono convertiti e vivono da ebrei ortodossi. Racconta con molta semplicità quello che ha fatto (come raccontava Giorgio Perlasca, come raccontano tutti i veri grandi, inconsapevoli della propria grandezza), ma ancora gli si arrochisce la voce e gli si appannano gli occhi quando deve parlare delle sofferenze inflitte dal suo popolo agli ebrei.



barbara


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3 dicembre 2010

UN RICORDO

Jacques Stroumsa, Il violinista di Auschwitz

Caro amico Jacques, caro amico lontano, figlio di quel popolo che viene da lontano, come i trovatori di altri tempi hai percorso le nostre città spostandoti da un luogo all’altro, invitato d’onore, testimone e depositario di tristi verità.
“Che vengano a dirmi che non è vero. Scelgano anche il luogo, a Parigi, a Londra o in qualsiasi altro posto, a me va bene. Che scelgano anche la data e l’ora ed io verrò. Ma non per dieci minuti, che mi si lasci parlare per almeno due ore. E che mi dicano che non è vero, che me lo dicano in faccia. Ma non osano”.
Coraggioso e sventurato trovatore dei tempi moderni non avevi da offrire versi d’amore per i cuori ardenti di passioni né tanto meno rime epiche per esaltare l’orgoglio di nobili condottieri in cerca di avventure. La nobiltà di duelli leali non rimava più con l’umanità.
La tua canzone e il violino, tuo fedele compagno, privati del soffio vitale della creatività, attingevano la propria ispirazione nel fondo delle tue viscere sigillate con la forza della violenza, visibile e leggibile sulla carne del tuo braccio rattrappito sui cui appariva il marchio dell’umiliazione e della vergogna. Un giorno, non così tanto remoto, privato del nome, ti avevano dichiarato un numero, il 124097. “Il numero lo dovevamo sapere in polacco, perché i Kapo parlavano polacco”.
E’ la storia di questo numero che ci hai dovuto svelare e rendere intellegibile. Latore di questo sciagurato sigillo ti sei presentato nei nostri auditorium, nelle aule magne delle nostre scuole, per raccontare un piccolo doloroso tassello di questa spaventosa storia di cui tu Jacques, figlio di questo popolo antico, dovevi figurare tra i protagonisti, quelle false comparse di un dramma dove, dietro le quinte, in sordina, dovevate, tu e il tuo popolo, a tutti i costi perire. Parlando di te, hai parlato per gli altri, per quelli che non potevano e per quelli ancora, come la tua amata sposa Laura, che non ci riuscivano, preferendo il silenzio.
Hai voluto e dovuto parlare, risucchiato per sempre, fino alla fine in un vortice infernale e implacabile. Sfortunatamente facevi parte di quel gruppo e sventurata generazione ma, per prima cosa, dettaglio non da poco, il tuo torto fu di essere un figlio di quel popolo odioso e maledetto a cui non era mai stato concesso il diritto di scegliere.
Ciò nonostante, e nei labili margini di manovra di cui hai potuto disporre, hai sempre scelto la vita. Amante della vita sei sempre stato sensibile alle sofferenze degli altri e non hai mai preteso di aver sofferto più di altri. “Appena finita la guerra l’umanità era ferita. Nessuno voleva ascoltarci. Ci chiedevano di tacere. Vi diamo tutto quello che volete, ma, per favore, state zitti”. Il destino, in quest’ultima tappa della tua vita ti ha voluto lasciare il tempo necessario per riprendere le fila della tua storia e concederti la possibilità di svelarci ciò che avevi creduto, saggiamente, per un certo periodo, di tacere.
“Nessuno può conoscere in anticipo il proprio destino, e io Jacques Stroumsa, nato nel 1913, a Salonicco, non avrei mai potuto immaginare che nel mio secolo e dal mio paese natale la Grecia, culla della civiltà europea, il mio destino m’avrebbe portato a conoscere la deportazione, l’umiliazione nei campi di concentramento.
Nessuno mi avrebbe potuto predire che sarei stato internato nel famigerato lager di Auschwitz, diventando il numero 124097.” La spietata legge della soluzione finale però non prevedeva eccezioni e tutti gli ebrei caduti nelle grinfie dei nazisti dovevano essere eliminati. Perfino a Rodi e nelle isole circostanti del Dodecaneso i nazisti allestirono delle navi per deportare ed uccidere le piccole comunità ebraiche locali.
Tribuno di questa orribile Memoria, la tua vita si è intrecciata lungo un sottilissimo filo che ti ha scaraventato, nei migliori anni della tua vita, nel mezzo di una delle peggiori catastrofi che l’essere umano abbia mai conosciuto: la deportazione, l’umiliazione, l’abbandono, la frustrazione e la schiavitù. Voi sopravvissuti ne siete usciti esangui e disorientati.
Figli sventurati avevate perso la bussola e quei riferimenti minimi che, sin dall’infanzia ci fanno temere e allo stesso tempo amare la vita, con le sue gioie e preoccupazioni quotidiane ma che, nonostante tutto, ci spinge ad accettare il gioco, a credere nelle nostre forze, anche fragili, confortati dal calore umano che emana dai nostri compagni di viaggio.
L’uomo, infatti, non è un’isola. All’uscita dei campi, soli ed abbandonati, non sapevate più se eravate ancora degli uomini. Ce l’avevate fatta, ma a che prezzo? A te Jacques, come agli altri sventurati, questo passato vi ha perseguitato e ossessionato gettando un’ombra e compromettendo, a posteriori, la vostra esistenza come uomini liberi.
Poco importa infatti, se l’esistenza da uomo libero sia stata, fortunatamente molto più lunga. L’uomo non è una semplice somma di anni vissuti. L’esperienza concentrazionaria ha annientato e roso come un tarlo i migliori dei vostri. Poco prima di porre fine ai suoi giorni, Primo Levi si chiedeva, con tormento e vergogna, se, sopravvivendo, non avesse usurpato il posto di qualcun altro più meritevole di lui.
“Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere…. Sopravvivevano i peggiori, e cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”. Un tarlo doloroso e fatale di cui gli assassini, i nazisti, erano perfettamente consci, così abili a usurare gli uomini, ricattandoli e mettendo a nudo la profonda fragilità dell’essere umano.
“Rimpiango di non averlo conosciuto. Di passaggio a Torino, dopo la sua scomparsa, mi sono recato sulla sua tomba per una piccola preghiera. Il cimitero era chiuso, a causa di una festività ebraica. Il custode non voleva assolutamente farmi entrare.
Per convincerlo gli ho allora mostrato il mio braccio su cui era inciso il mio numero. Impietositosi mi ha fatto entrare e così ho potuto chinarmi sulla sua tomba e fare una piccola preghiera. Nessuno di noi deve sentirsi in colpa per essere sopravvissuto. Non siamo noi i responsabili. Perché mai dovremmo sentirci in colpa?
Qualcuno di noi doveva sopravvivere per poter raccontare. Ce lo dicevamo, era un patto. Chi sarebbe sopravvissuto avrebbe poi dovuto testimoniare” Sopravvivere non è stata una vittoria, ma una sconfitta. La pesante eredità di Auschwitz l’avete dovuta portare fino alla fine. I nazisti il loro obiettivo l’hanno raggiunto, le loro prede non sono riuscite a fuggire. Siete tutti caduti nella loro trappola mortale, come topi.
Sei milioni dei vostri assassinati in così poco tempo. A chi importava la vostra morte? Per l’umanità si trattava di una misera manciata di ebrei e per un po’ l’umanità si è sentita sollevata.
Risorti dalla catastrofe la loro presenza è però diventata di nuovo ingombrante, e il cuore antisemita ha ripreso a vociferare, ritrovando le sue piazze. I carnefici di ieri sono invece tranquilli e fiduciosi del loro avvenire.
A parte qualche rimprovero qua e la sulla loro colpa e responsabilità collettiva, hanno ripreso velocemente il loro posto in seno alle nazioni, sfuggendo dal banco degli imputati.
Loro, non hanno commesso alcun peccato originale. Nessuno osa contestare il loro diritto ad esistere. Nessuno osa metterli pubblicamente alla gogna. Nessuno osa boicottare i loro prodotti o i loro atleti. Nessuno pianifica attentati o rapimenti per proporre obbrobriosi e mostruosi ricatti. Nessuno invoca la distruzione e l’annientamento della loro nazione.
Da parte tua Jacques mai però una parola di odio o di rancore nei confronti dei figli dei carnefici. Trovatore della Memoria non venivi alla ricerca di vendette postume. “Sono i nazisti colpevoli, non i tedeschi”, hai tenuto spesso a sottolineare, nel corso delle tue conferenze. Senza rancore hai visitato a più riprese il paese e le città dei tuoi carnefici, recandoti sempre in veste di sopravvissuto e testimone.
Non hai rifiutato alcun invito. Hai avuto la forza morale di affrontarli e ricordare loro senza ambiguità e false cautele, nella loro lingua, il tedesco, ciò che sapevano già, i crimini dei loro padri. Nonostante l’età avanzata e la tua piccola statura non ti sei fatto intimorire dagli sguardi loschi di piccoli simpatizzanti neonazisti.
Erano loro a dover aver paura di te. Sapevi, perché purtroppo l’avevi sperimentato sulla tua pelle, che i nazisti erano e sono dei vigliacchi. Di fronte ad un professore impaurito e un po’ ignavo che voleva metterti in guardia sulla presenza minacciosa di qualche suo alunno, il tuo braccio non tremava e spettava ancora a te insegnargli la forza della determinazione e del coraggio.
“Sbatteteli fuori. Che cosa aspetta? E’ lei l’insegnante. Se si permettono d’infastidirmi li prendo e li butto giù dalla finestra. Quando sono stato deportato nessuno mi ha chiesto se ero d’accordo. Io faccio quello che voglio. Quale tribunale tedesco oserebbe condannarmi?”
Sì Jacques, ci mancherai. Ci mancherà la tua presenza capace di mettere a nudo la nostra codardia ed ignavia. Sei venuto e tornato, anno dopo anno, per presentare il tuo libro “Violinista ad Auschwitz”, edito in numerose lingue, disponibile ad incontrare e a parlare davanti a qualsiasi pubblico: ragazzini delle medie, liceali, adulti e storici rinomati. In alcuni casi i tuoi viaggi sono stati delle vere e proprie tournées. Tenori e musicisti hanno avuto il piacere di accompagnare le tue esibizioni al violino.
“Sono stato fortunato. Ad Auschwitz si poteva morire da un momento all’altro. La morte era sempre in agguato. Se sono ancora vivo, qui con voi, è perché ho avuto molta fortuna: ero ingegnere, sapevo molte lingue e sapevo tocar il violino. Questa fortuna implica però un dovere, il dovere di testimoniare e di raccontare quello che ho vissuto. La mia vita ha un senso solo se utilizzata per continuare a testimoniare, in ricordo dei miei compagni scomparsi, assassinati, affinché essi non siano morti invano.”
Quando parlavi la tua voce vibrava forte e profonda, quasi arcana, come se provenisse da un tempo lontano e infinito, e il pubblico ti ascoltava in silenzio. E tu, nonostante l’aspetto un po’ buffo, dall’età indefinita, non sembravi per nulla affaticato e davi l’impressione che avresti continuato a lungo. Man mano che andavi avanti col racconto il tuo corpo si rinvigoriva, la tua mente lucida riscopriva ricordi e dettagli reconditi che a loro volta ne richiamavano tanti altri.
“Potremmo continuare a parlare tutta la notte e i giorni successivi senza mai riuscire ad esaurire il discorso”.
Con queste parole eri solito concludere le tue conferenze per poi accingerti ad eseguire un breve brano musicale con il tuo violino. Figlio del Mediterraneo, uomini cresciuti all’insegna dell’odio e nel culto della morte avrebbero voluto che “crepassi” nelle paludi dell’Europa orientale ridotto ad un pugno di cenere. Tu Jacques Stroumsa non ti rassegnasti e, aiutato dalla fortuna riuscisti a resistere ed aspettare con pazienza il momento della liberazione. Anni dopo il Mediterraneo ti richiamò offrendoti un’altra sponda, laggiù, nell’antica terra dei tuoi progenitori, per ricostruire quella famiglia che l’Europa ti aveva vigliaccamente sottratto e per contribuire alla rinascita della tua nazione, progettando e realizzando, tra le altre cose, l’impianto d’illuminazione della vostra capitale, Gerusalemme.
Fino all’ultimo hai continuato a testimoniare, debitore della lunga vita che il destino ti aveva voluto concedere: “Per parlare della Shoah potremmo continuare all’infinito senza riuscire mai a mettere la parola fine.” Ci riusciremo noi, un giorno? La Shoah per un verso e per l’altro continua a far parlare di sé. Tra negazionismo e perverse strumentalizzazioni, le tristi sequele continuano ad avvelenare il tormentato rapporto che il mondo intrattiene e vuole intrattenere con il popolo ebraico e d’Israele.
Nonostante la Shoah l’antisemitismo non è scomparso e l’odio e sentimento antiebraico sono sempre in agguato.
Nonostante la Shoah il popolo ebraico non è al riparo da una nuova e reiterata voglia di annientamento.
Domenica 14 novembre 2010 si è conclusa una piccola e grande pagina della storia. Alle ore 10:30, all’età di 97 anni, si è spento a Gerusalemme il dr. Jacques Stroumsa.

Lanfranco Di Genio (pubblicato in Informazione Corretta)

E mi viene da dire: meno male che se n’è andato in tempo, risparmiandosi di vedere ciò che stiamo vedendo in questi giorni nella sua e nostra amata terra. Ciao Jacques, riposa in pace: lo hai meritato.

      

barbara


30 novembre 2010

30 NOVEMBRE 1939

L'annuncio della prima deportazione arrivò a Ko­nin, senza preavviso, giovedì 30 novembre. Gli Hahn sentirono un secco rumore di passi affrettati giù per la scala del loro seminterrato in Tepper Mark, ora ribat­tezzato Horst Wessel Platz: gli uomini della Gestapo sfondarono la porta e ordinarono a tutti di uscire. «Non avevamo nessun oggetto di valore da portare via - racconta Izzy - e nemmeno valigie per i vestiti: allora non si andava mica in vacanza come si fa adesso. Mia madre si mise un indumento sopra l'altro, mio padre indossò vari strati di giacche e anche noi ragazzi c'in­filammo quanta più roba possibile. Si dovette far tutto in un tempo brevissimo. Eravamo terrorizzati. Quelli della Gestapo erano molto alti, il nostro soffitto piut­tosto basso: t'immagini cosa potevano sembrare a noi bambini? Dei giganti. La mia sorellina cominciò a piangere, poi anche mamma. Non avevamo la minima idea di quello che ci sarebbe capitato o dove ci avreb­bero portati.»
I 1080 ebrei selezionati per la deportazione furono condotti nei centri di raccolta, tenuti lì fino a mezza­notte e poi trasportati con autocarri alla stazione. «Durante il tragitto gettammo un ultimo sguardo ai luoghi dov'eravamo vissuti.» Per i deportati era difficile capire che cosa stesse accadendo: fino al giorno prima avevano abitato nella propria casa, dormito nel proprio letto, mangiato al proprio tavolo. Ora si ritrovavano con quaranta o cinquanta altri prigionieri, stipati dentro un vagone merci o su un carro bestiame, rannicchiati o di­stesi sulle nude assi, stringendosi l'uno all'altro per combattere il gelo di dicembre. Erano affamati, oppressi dalla sete, costretti a respirare il fetore di secchi stracolmi, usati come latrina; i bambini piangevano, gli anziani si lamentavano, qualcuno sveniva. E tutto questo senza sapere a cosa andavano incontro.
Spesso il convoglio veniva deviato su binari morti per far passare i trasporti militari. A volte rimaneva fermo per ore e ore, e l'agonia era ancora più interminabile di quando si viaggiava. Il treno seguiva certi itinerari viziosi che lo riportavano spesso negli stessi luoghi, ma si dirigeva comunque verso est. La seconda mattina le guardie aprirono le porte e concessero ai passeggeri cinque minuti d'aria accanto ai vagoni. Felig Bulka, il medico di Konin, era fra i deportati e correva da un vagone all'altro per prodigare il suo aiuto. Il 3 dicembre il treno fece il suo ingresso nella stazione di Ostrowiec Swietokrzyski, città industriale nella Provincia di Kielce: c’erano voluti più di due giorni per percorrere i duecentosessanta chilometri che la separano da Konin. Ad accogliere inuovi arrivati, che uscivano barcollanti dal treno, c’era un comitato: distribuì pane e tè, e per tutti trovò una sistemazione in casa di ebrei.
La prima deportazione allontanò da Konin circa la metà degli ebrei che vi abitavano all'arrivo dei tedeschi. Nel luglio del 1940 venne deportata la restante metà, inizialmente verso Zagórów, Grodziec e altri villaggi della campagna a sud di Konin. Gli ebrei trovavano riparo dove potevano: nei granai, nelle stalle o in stan­ze prese in affitto dai contadini.
Sebbene tutta la popolazione polacca abbia patito pro­fondamente in questo periodo, il 1941 fu «rok zydowski», l'"anno degli ebrei", come lo definì Antoni Studzinski.
Convogli sempre più frequenti viaggiavano verso est, con il loro carico di deportati diretti ai Ghetti di Ostrowiec e di Józefów-Bilgorajski (nei territori del Governatorato generale della Polonia centrale), o raggiungevano di­rettamente Treblinka e gli altri campi della morte. Ma
a migliaia di famiglie ebree della regione di Konin fu­rono risparmiati questi terribili viaggi: vennero sempli­cemente massacrate nella foresta di Kazimierz Biskupi, a non più di quindici chilometri dalla Piazza Grande della città.
Verso la metà del 1942 i burocrati tedeschi potevano già esibire con orgoglio le loro statistiche con un sod­disfacente zero in corrispondenza di una delle voci: a Konin non c'era più un solo ebreo. (Konin, pp.138-140)

Adesso non è più consentito deportare ebrei dall’Europa; è per questo che sono costretti ad ammazzarli sul posto, dove li trovano: in sinagoghe, sedi di comunità, centri di studio, eccetera. Da Israele invece riescono ancora a deportarli: penetrano all’interno dello stato, qualcuno lo ammazzano subito, qualcuno se lo portano via. E, oggi come allora, la Croce Rossa non muove un dito per tentare di visitarli e le famiglie, dopo anni, ancora non hanno modo di sapere se siano vivi o morti.

barbara


28 novembre 2010

CATTIVA

Era la mia vicina di tavolo nell’albergo al mare, una ventina d’anni fa. Sessantasettenne. Zitella. Vergine (me l’ha detto lei). Maestra in pensione. Un giorno si è messa a raccontarmi di quando frequentava l’istituto magistrale, e aveva una professoressa “cattiva, ma cattiva, ma cattiva guardi che neanche se lo può immaginare. Un’ebrea. Infatti poi l’hanno eliminata”.
Da cui si deduce che
a) l’appartenenza all’ebraismo (alla razza ebraica?) è esauriente spiegazione per la sua disumana cattiveria
b) l’eliminazione ne è stata la giusta punizione
E mi chiedo: in quarant’anni di cattedra, quante generazioni di bambini avrà “formato” quella donna?

barbara


20 novembre 2010

KONIN

Se già prima della guerra – quando in città erano quasi tremila – si erano sentiti vulnerabili, figuriamoci adesso che non erano più di una trentina. I polacchi li avevano accolti con battute del tipo: «Quanti ebrei che tornano indietro!» La comunità ebraica era stata sterminata, eppure i sopravvissuti avevano l’impressione di essere ancora troppi per i polacchi. «Ma com’è che i tedeschi non hanno incenerito anche te?»

“La città che vive altrove” è il sottotitolo di questo libro: perché lì, di ebrei, non ne è rimasto nessuno. Quelli che ancora esistono, degli abitanti ebrei di questo tipico shtetl dell’Europa orientale, sono i discendenti di coloro che sono scampati allo sterminio emigrando prima, come l’autore, e i pochissimi sopravvissuti alla deportazione. Ed è presso queste persone che Theo Richmond compie il suo pellegrinaggio della memoria – simile, sotto molti aspetti, a quello di Daniel Mendelsohn – alla ricerca dei frammenti di quel mondo scomparso, alla ricerca di volti e voci e ricordi e immagini. Alla ricerca di un mondo che è stato cancellato, per ridare vita a ciò che è stato annientato. Con l’irrimediabile rimpianto di essere arrivato, come gli dice uno dei suoi interlocutori, con venticinque anni di ritardo: troppo tardi per riempire tutte le lacune, troppo tardi per recuperare tutte le tessere del mosaico, e tuttavia ancora in tempo, per nostra fortuna, per offrirci un grandioso affresco miracolosamente sottratto all’oblio. Con pazienza. Con perizia. Con infinito amore.

Dove sono finite oggi tutte queste persone? «Passate a miglior vita» risponde lapidario Joe. Ogni speranza di riscoprire le tracce di altri suoi concittadini, di altre memorie da saccheggiare, sembra svanire. Poi ci ripensa e tira fuori due nomi, uno del figlio di un macellaio di Konin che viveva vicino a Londra, per quanto ne sapeva lui; l'altro di un uomo più anziano che, «se è ancora vivo», dovrebbe abitare a Hove, sulla costa meridionale. Joe però non mi sa dare né gli indirizzi né i numeri di telefono.
Gli indizi erano vaghi, eppure riuscii a rintracciare Henry, il figlio del macellaio, sopravvissuto a Mauthausen. E lui mi mandò a Ilford da Izzy, un suo coetaneo di Konin sopravvissuto ad Auschwitz, e da un sarto ottantenne che confezionava ancora gli abiti su misura a Whitechapel. Trovai il vecchio di Hove, che a Konin faceva il calzolaio ed era stato invitato alla circoncisione del figlio del macellaio. Lui ricordava, ancora bambina a Konin, una bibliotecaria di Pinner e lei mi indicò il figlio di un ricco possidente, che abitava ad Harrow ma era nato nella tenuta di famiglia, sulle sponde della Warta. Il figlio del possidente m'indirizzò a Edgware, da una vecchia signora discendente di una delle famiglie intellettuali di Konin, e lei mi accompagnò a sud di Londra da sua nipote, figlia di uno scultore di Konin, con uno zio attivista rivoluzionario del Bund che era scappato da Konin nel 1905, con la polizia segreta zarista alle calcagna. Fu l'inizio.

Settecento e passa pagine, e si leggono in un soffio.

Theo Richmond, Konin, Instar Libri




barbara


19 novembre 2010

IL TIZIO DELLA SERA - QUELLO GRANDE E QUELLO PICCOLO

Precisazione

Non è in questione se l'altro giorno il chirurgo ebreo dovesse o meno operare il malato nazista, perché veramente i malati andrebbero curati. Si è trattato solo di un fatto pratico di cui tenere conto: il bisturi tagliava troppo bene e nell'entusiasmo dell'operazione c'era il rischio di forare il pavimento. E va bene, il Tizio della Sera ha provato a riderci sopra. Sa come tutti che nell'uomo esistono odi improvvisi, oppure odi che covano dato che il tempo mantiene bene l'avversione sotto la cenere, e qui di cenere ve n'è un'infinità. Però, riflette il mattino dopo il Tizio della Sera, che in definitiva non pensa solo la sera, la precisazione della precisazione è che per i nazisti non prova più un odio fresco, di quello appena sgorgato. Solo se li vede nel loro presente, che marciano in un film o in un veridico documentario in bianco e nero con gli stivali tesi nell'aria, vorrebbe essere lì con un cannone e maciullarli insieme al loro capetto col ciuffo. Altrimenti la questione della Shoah prosegue nei cuori delle generazioni ebraiche. Lo fa in silenzio, lo fa in paura e lo fa nella tristezza - la peggiore povertà che ci sia. E certi giorni questa povertà si fa viva.
Il Tizio ricorda come andò che il piccolo Tizio apprese del fatto. Il piccolo Tizio non seppe fino agli otto anni della distruzione dei corpi ebraici. Nessuna parola della scomparsa cinerea degli zii, della nonna e dei cugini. Eppure già prima, molto prima, il piccolo Tizio aveva saputo del fatto attraverso le pareti dell'aria. Succedeva la sera, quando doveva andare a letto. Aveva cinque anni il piccolo Tizio, e camminava nel corridoio lunghissimo. Nessuno aveva lasciato la meravigliosa luce accesa e il corridoio era al buio. A un tratto, il piccolo Tizio si metteva a correre perché immaginava che dal buio spuntassero le mani secche di mille e mille morti, che lo volevano subito con sé. E sentiva che lo sfioravano, che lo facevano anche se non le vedeva, anche se correva. Volava in camera e si tuffava nella tenda immacolata delle lenzuola - e tutto finiva. Adesso era a casa con gli amici che aveva inventato. Ma da dove venissero quei morti e chi fossero, il piccolo Tizio non lo sapeva. Non da un film, non da racconti. Li chiamava i Vecchi. Stava già riscuotendo l'eredità ebraica, e l'eredità veniva dal buio.

Il Tizio della Sera

Già, perché il Tizio della Sera, a volte, pensa anche di mattina. E quando lo fa, quando ti offre il pensiero che nasce di mattina sorgendo dalle ceneri e spalanca davanti ai tuoi occhi la voragine che quelle ceneri hanno creato, ti manca il respiro. Perché di quelle ceneri è ancora impregnata l’aria che respiriamo. E perché è a tutti noi che sono stati sottratti, quei sei milioni, quelle nonne, quegli zii, quei cugini di cui qualcuno può dire mia nonna mio zio mio cugino e noi no, noi questo non lo possiamo dire, però il vuoto c’è anche per noi, è lì, si sente, come le mani di quei vecchi che si protendevano verso il piccolo Tizio, e ti chiama e ti chiede il tuo contributo, ti chiede il tuo obolo. E io rispondo: sono qui. Sono qui, Tizio della Sera. Sono qui, nonna del Tizio della Sera. Sono qui, zii e cugini del Tizio della Sera e di tutti gli altri. Sono qui a compiere il mio dovere, e anch’io, quel giorno, potrò dire: vi ho ricordati.

barbara


9 novembre 2010

CILIEGINA SULLA TORTA

Pio XII al nunzio Roncalli: non restituite i bimbi ebrei


Ma il futuro Giovanni XXIII disattese gli ordini giunti da Roma e favorì il ritorno a casa dei minori accolti nei conventi francesi

Chi augurerà buon anno a Charles de Gaulle il 1° gennaio 1945? Questa domanda, apparentemente sciocca, angoscia Pio XII nel dicembre 1944 e segna uno snodo importante per la politica vaticana di allora e dei decenni successivi. Nella Parigi liberata di quei mesi si va infatti ricostituendo il rituale civile, a partire dagli auguri che il corpo diplomatico porge al capo di Stato. Per tradizione tali voti augurali venivano letti dal nunzio, decano del corpo diplomatico in Francia. Ma per il Capodanno del 1945 il nunzio ancora non c' è. De Gaulle ha fatto cacciare monsignor Valeri, disponibile al dialogo col regime collaborazionista di Vichy. Nominare un nunzio vuol dire riconoscere il diritto di de Gaulle a epurare la Chiesa; ma non nominarlo significa cedere all'anziano ambasciatore dell'Urss il diritto di pronunciare il discorso dell'Eliseo - e per Pio XII questo sarebbe un immeritato regalo a Stalin. La questione non è protocollare. La cartina d' Europa del Capodanno 1945 racconta di destini imminenti e fatali. Per ciascun Paese è vicina la vittoria, la vendetta, la catastrofe, la libertà, la rinascita, la divisione. E il Vaticano deve riposizionare se stesso, dopo che alcuni capisaldi prima scontati (l'indulgenza verso il confessionalismo autoritario, l'anticomunismo ideologico, il pregiudizio antisemita, la diffidenza per la democrazia liberale) si sono rivelati radici della tragedia bellica. Ma la Chiesa può accettare una politica che adotti la democrazia nella sfida al comunismo e la rottura col nazifascismo come principio da cui essa stessa non è esentata? E a rovescio: può la Chiesa rinunciare a vivere il futuro dell'Europa per limitarsi al rimpianto d'un passato inglorioso? Questo è il groviglio in cui sono impigliati gli auguri a de Gaulle del Capodanno 1945. Pio XII taglia quel nodo con una mossa personale e audace. Piglia da Istanbul, ultima retrovia della politica estera pontificia, un diplomatico di basso rango e, contro il parere di molti suoi collaboratori, lo manda a Parigi. Monsignor Angelo G. Roncalli, un bergamasco fino a quel momento sconosciuto ai più, ma non agli ebrei che aveva aiutato a fuggire verso la Palestina, sale così al primo posto della diplomazia vaticana. Il suo compito è arduo: il ministro degli Esteri Georges Bidault, proprio perché cattolico, è il più intransigente nel pretendere la testa di molti vescovi accusati di collaborazionismo; il ricomporsi politico della nazione coincide con una rinascita impetuosa della ricerca teologica che Roma guarda male; e mille questioni - dal processo di Norimberga alla nascita dell'Unesco, dalla conferenza di pace alla nomina di nuovi vescovi - bussano alla sua porta. Che Roncalli se la cavi con buon successo era già noto. Ma ora possiamo capire molti dettagli inediti, perché con il volume Anni di Francia. Agende del nunzio Roncalli 1945-1948, Étienne Fouilloux, uno dei massimi storici francesi, pubblica le fitte note quotidiane di quel periodo. Esse svelano poco dell'uomo Roncalli (che con un filo di ironia trema dei successi del Pci a Sotto il Monte, suo paese natale), ma dicono molto dei dilemmi che attraversano la politica vaticana. Il cattolicesimo francese, infatti, è stato su tutti i fronti: ha collaborato e ha resistito; chiede un ricambio e offre copertura; pensa vie nuove teologico-politiche e sporge le denunzie al Sant'Uffizio. Roncalli si muove fra questi scogli con studiata lentezza, che i testi inediti documentano ora per ora. È un nunzio fedele alla politica di Pio XII, ma ha una sua sensibilità e una sua storia. È così per la Shoah. Roncalli, appoggio sicuro negli anni d'Istanbul per il rabbinato e per l'Agenzia ebraica, trova a Parigi un ambiente attento e attivo: nella capitale francese Jules Isaac sta promuovendo la rete di intellettuali che redigerà i «punti di Seelisberg», coi quali si chiedeva alla Chiesa di ripudiare ogni variante dell'antisemitismo; da Parigi passa il gran rabbino di Palestina Herzog, per cercare di ottenere che vengano restituiti alle organizzazioni ebraiche i bambini salvatisi nelle case e nei conventi cattolici. Roncalli, racconta l'Agenda, riceve il rabbino Herzog nel 1946 come un amico e, con una lettera del 19 luglio, lo autorizza «ad utilizzare della sua autorità presso le istituzioni interessate, di modo che ogni volta che gli fosse stato segnalato, questi bambini potessero ritornare al loro ambiente d' origine». Tuttavia (come rivela uno straordinario documento, parte dell'apparato del secondo tomo delle Agende di Francia, che i lettori del Corriere possono leggere in anteprima) al nunzio arrivano nello stesso 1946 istruzioni elaborate dal Sant'Uffizio e approvate da Pio XII. Al nunzio Roncalli, la cui fraternità con gli ebrei in transito dalla Turchia non era passata inosservata, si trasmettono ordini agghiaccianti: non deve dare risposte scritte alle autorità ebraiche e precisare che «la Chiesa» valuterà caso per caso; i bambini battezzati possono essere «dati» solo a istituzioni che ne garantiscano l'educazione cristiana; i bambini che «non hanno più i genitori» (proprio così!) non vanno restituiti e i genitori eventualmente sopravvissuti potranno riaverli solo nel caso che non siano stati battezzati... Alcune delle vicende su cui queste disposizioni cadono si risolveranno felicemente, ma non tutte. Di casi di sottrazione dei bambini ebrei - repliche del caso Mortara dei tempi di Pio IX nella Francia del dopoguerra - non c'è per ora un censimento, se non nella memoria ferita delle vittime di questa tragedia umana e spirituale. Nemmeno Roncalli ne annota in dettaglio gli sviluppi, abile com'è nel filtrare tutto in uno stile ecclesiastico apparentemente impassibile. Ma è difficile credere che questi episodi non siano alla base della sua risposta positiva a Jules Isaac, che nel 1960 gli chiede di aprire una riflessione sui punti di Seelisberg: quando nel 1955 Isaac li aveva portati a Pio XII, il Papa gli aveva detto «li appoggi su quel tavolo», quasi a marcare un abisso fisico fra due umanità; quando nel 1960 li porterà a Giovanni XXIII, questi li accoglierà e farà iscrivere il ripudio degli antisemitismi nell'agenda del Concilio Vaticano II. Decisione capitale, perché diceva a tutti che la Chiesa non vive immacolata negli orrori della storia, ma ne è parte, nel bene e nel male; diceva che nell'Europa senza più innocenza del secondo Novecento il futuro non vive di mitologie del sé, ma di una memoria umile e sincera, radice d'indispensabile cambiamento, anima della speranza nel tempo.

IL DOCUMENTO
«I piccoli giudei, se battezzati, devono ricevere un'educazione cristiana»
Pubblichiamo la traduzione dall'originale francese del documento, datato 20 ottobre 1946, che fu trasmesso dal Sant'Uffizio al nunzio apostolico Angelo Roncalli. L'originale si trova presso gli Archivi della Chiesa di Francia.
A proposito dei bambini giudei che, durante l'occupazione tedesca, sono stati affidati alle istituzioni e alle famiglie cattoliche e che ora sono reclamati dalle istituzioni giudaiche perché siano loro restituiti, la Congregazione del Sant'Uffizio ha preso una decisione che si può riassumere così: 1) Evitare, nella misura del possibile di rispondere per iscritto alle autorità giudaiche, ma farlo oralmente 2) Ogni volta che sarà necessario rispondere, bisognerà dire che la Chiesa deve fare le sue indagini per studiare ogni caso particolare 3) I bambini che sono stati battezzati non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l'educazione cristiana 4) I bambini che non hanno più i genitori e dei quali la Chiesa s'è fatta carico, non è conveniente che siano abbandonati dalla Chiesa stessa o affidati a persone che non hanno alcun diritto su di loro, a meno che non siano in grado di disporre di sé. Ciò evidentemente per i bambini che non fossero stati battezzati 5) Se i bambini sono stati affidati (alla Chiesa) dai loro genitori e se i genitori ora li reclamano, potranno essere restituiti, ammesso che i bambini stessi non abbiano ricevuto il battesimo. Si noti che questa decisione della Congregazione del Sant' Uffizio è stata approvata dal Santo Padre. Le agende parigine L'Istituto per le scienze religiose di Bologna (www.fscire.it) sta curando l'edizione nazionale dei diari e delle agende di lavoro di Giovanni XXIII, che conterà in totale sei volumi ordinati cronologicamente Il primo tomo del quinto volume (Angelo G. Roncalli / Giovanni XXIII, «Anni di Francia. Agende del nunzio Roncalli 1945-1948», pp. 595, euro 50) è appena uscito a cura di Étienne Fouilloux Il secondo tomo uscirà alla fine del 2005, con le agende di Francia del periodo 1949-1953: conterrà anche il documento del Sant'Uffizio, datato 20 ottobre 1946, qui pubblicato. La lettera del 19 luglio 1946, in cui Roncalli concede al rabbino Herzog di agire a suo nome, si trova a Parigi presso il Centre de documentation juive contemporaine, fondo Kaplan.


Melloni Alberto Pagina 37 (28 dicembre 2004) - Corriere della Sera

Magari non tutti lo sanno, ed è utile invece che si sappia.

barbara


6 novembre 2010

TROVA LA DIFFERENZA

Ebrei armati (arroganti, antipatici)


Ebrei disarmati (simpaticissimi, li adoriamo incondizionatamente)


Per tutti gli ebrei disarmati, Kaddish.

barbara


5 novembre 2010

PIO XII – QUALCHE UTILE INFORMAZIONE SUPPLEMENTARE

Pio XII: Sotto il cielo (nero) di Roma

Ogni chiesa ha i suoi chierichetti. Assistono il prete durante la messa, portano il secchiello dell’acqua benedetta e i santini per i fedeli. O, meglio ancora, per gli infedeli. Se ne trovano a tutte le età, anche se sono per lo più ragazzi allevati nelle parrocchie con corsi per catecumeni. Si distinguono perché hanno un contegno, uno stile comunicativo, che lo stesso esercizio del chierichetto obbliga ad avere. Toni persuasivi, quasi da confessori, voce bassa e sicurezza per le proprie verità. Sono espressioni, direbbe Foucault, del potere che deforma e rende gli uomini a sua immagine e somiglianza.
Un esempio di chierichetto in una messa televisiva solenne è il solito Bruno Vespa con il suo “Porta a Porta”. Imperversa da tempi immemorabili su Rai Uno tutte le sere tra il lunedì e il giovedì, in seconda serata. Come le febbri malariche endemiche che si presentavano a intermittenza e che gli antichi, non sapendo come definire, chiamavano terzane maligne e quartane.
Giovedì 28 ottobre, il tema era il film in due parti “Sotto il cielo di Roma” che andrà in onda, appunto nella parrocchia di Rai Uno, domenica 31 ottobre e lunedì 1° novembre, in prima serata.
I conteggi l’hanno fatta da padrone tra il surreale e l’osceno. Va’ be’, dicevano i sacerdoti della sacra audience televisiva, saranno pure stati deportati mille ebrei romani tra il 16 e il 18 ottobre 1943, finiti qualche giorno dopo nelle camere a gas del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ma, diciamocelo, il principe romano Eugenio Pacelli, passato alla storia come papa Pio XII, in fondo ne ha salvati più di quattromila in conventi e monasteri, nei mesi dell’occupazione tedesca.
Bisognava vederli Paolo Mieli, presidente della Rcs libri, e l’inossidabile Bruno, inforcare gli occhialini da vista per spiegare al popolo numeri e statistiche. Certo, il buon Pacelli ha fatto opera di carità, non c’è dubbio. Se n’è stato zitto zitto nelle sue stanze del palazzo apostolico in quei giorni tragici, mentre sotto le sue finestre scorrevano le fila interminabili di ebrei prelevati dalle loro case romane come animali e condotti ai vagoni ferroviari per avviarli verso la morte. E se Pio XII avesse alzato la voce, hanno aggiunto, altre migliaia di inermi cittadini sarebbero stati cacciati a calci e pugni dentro i carri bestiame della stazione Tiburtina. Non vi è dubbio.
Bella storia ci raccontano Vespa, Mieli e gli altri ospiti presenti in studio. Bel servizio pubblico ci rende la Tv di Stato. Quasi che la disputa fosse sull’odio o l’amore che Pacelli provava nei confronti del popolo eletto. Una sciocchezza, questa dell’avversione atavica verso gli ebrei da parte del Vaticano, grande quanto il cupolone di San Pietro.
I documenti ci offrono scenari diversi. Sono carte che abbiamo raccolto negli ultimi tre anni negli archivi nazionali britannici di Kew Gardens, non lontano da Londra. È stato un lavoro metodico, di scavo tra le migliaia di rapporti del Foreign Office e del German Foreign Ministry (Ministero degli Esteri tedesco), sequestrati dalle truppe alleate a Berlino nel 1945 e copiati uno per uno a Londra e a Washington negli anni successivi. Un patrimonio di inestimabile valore costituito da milioni e milioni di documenti. Nel nostro Archivio di Partinico, in via Catania 3, ne conserviamo varie centinaia riguardanti, appunto, le attività di Pacelli nei primi anni del conflitto.
“Con la sconfitta della Russia, risulterebbe quanto meno inevitabile il forte indebolimento dell’influenza bolscevica nel mondo.” Così si esprime un membro della Curia romana dinanzi all’ambasciatore germanico presso la Santa Sede, il 24 giugno 1941. Sono passate appena quarantotto ore dall’attacco di Hitler contro l’Unione sovietica. “Si è temuto che il bolscevismo emergesse come potenza europea e che, anzi, rimanesse incolume a livello planetario fino alla fine del conflitto.” Peccato che il tentativo di indebolire il bolscevismo sia costato la vita a trenta milioni di persone sul fronte orientale. E meno male che la Chiesa cattolica romana si manifesta come apostolica.
Ma la santa pietà non finisce qui. Il 12 luglio 1941, il ministero degli Esteri tedesco redige un corposo documento segreto intitolato “Rapporto sulle attività del Papa”. Le informazioni provengono da un “confidente attendibile” che, qualche settimana prima, ha appreso di un colloquio animato tra il rappresentante statunitense in Vaticano, Harold Tittman, e Pacelli. Tittman chiede al pontefice ragguagli sull’eccessiva tolleranza della Santa Sede nei confronti dei dittatori. Pacelli risponde piccato: “Gli Stati Uniti dovrebbero comprendere la posizione del Vaticano. Il conflitto russo-tedesco sta per cominciare. Il Vaticano farà di tutto per accelerarne lo scoppio e per convincere Hitler ad agire, con la promessa di un sostegno morale. La Germania dovrebbe sconfiggere la Russia, ma si indebolirebbe a tal punto che, nei suoi confronti, si potrebbe procedere [da parte degli Usa e della Gran Bretagna] in maniera totalmente diversa.”
In buona sostanza, il papa cerca di far credere a Tittman che l’appoggio del Vaticano a Hitler è una strategia sottile che ha un duplice scopo: la sconfitta dell’Urss, con il conseguente annientamento del bolscevismo, e l’inevitabile indebolimento della Germania nazista che, seppur vittoriosa, sarebbe costretta, obtorto collo, a trovare un accordo geopolitico con gli Usa e la Gran Bretagna. Un’idea, questa, abbastanza diffusa all’epoca. Anche negli Usa, se è vero che il futuro presidente americano John F. Kennedy lo scriveva nei suoi articoli.
Il 10 dicembre 1942 Picot, un funzionario del ministero degli Esteri tedesco, invia all’ambasciata presso la Santa Sede in Roma, una nota confidenziale. Vi si afferma che il rappresentante di Roosevelt in Vaticano, Myron Taylor, si è incontrato con il papa per discutere un eventuale negoziato di pace tra le potenze belligeranti. Pacelli se ne esce con una frase agghiacciante. I governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, a suo parere, “non sarebbero in grado di opporsi sufficientemente alla pressione dei partiti comunisti. In maniera inevitabile, un’ulteriore espansione del bolscevismo in Inghilterra e in America, porterebbe il Vaticano ad avvicinarsi alle potenze dell’Asse, che diverrebbero un bastione contro il bolscevismo e con le quali la Chiesa potrebbe sicuramente stabilire un’intesa dopo la guerra.
Il 23 febbraio 1943, von Bargen, un diplomatico tedesco con sede a Bruxelles, invia a Berlino una nota segreta. Vi si legge di un colloquio avvenuto qualche settimana prima a Roma tra il cardinale francese Suchard e Pacelli. Secondo lo spionaggio nazista “il papa è turbato dai successi militari dei russi e dalla possibilità di un crollo della Germania, che aprirebbe la strada al bolscevismo in Europa. [...] Il papa è angosciato innanzitutto dalla minaccia bolscevica.
Meno di un mese dopo, un diplomatico tedesco presso la Santa Sede, Erdmannsdorff, riferisce a Berlino su un colloquio avvenuto ai primi di marzo tra Pacelli e il cardinale americano Spellman. A poco servono le rassicurazioni di quest’ultimo sul “pericolo bolscevico”, un prodotto della propaganda tedesca. Leggiamo: “Spellman, come già Myron Taylor, ha ricevuto da Roosevelt l’incarico primario di tranquillizzare il papa sul fatto che il governo sovietico non mira a bolscevizzare l’Europa. Tuttavia, gli ambienti vaticani più influenti ritengono, come in passato, che la Russia non ha rinunciato ai suoi piani di bolscevizzazione del mondo.”
In luglio, l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weiszaecker, riferisce a Berlino di aver illustrato al papa “l’impegno tedesco contro il bolscevismo”. E aggiunge: “Il colloquio, che è durato mezz’ora, è stato sostenuto dal papa in maniera apparentemente pacata. Ma il suo fervore spirituale si è infiammato quando è stata affrontata la questione della lotta contro il bolscevismo, riconoscendo che, su questo tema, gli interessi sono comuni.”
Il 3 settembre 1943, von Weiszaecker scrive: “Un vescovo della Curia mi ha confidato che secondo il papa, per il futuro della Chiesa cattolica è assolutamente necessario un Reich tedesco forte. E da una trascrizione attendibile di un colloquio sostenuto da un pubblicista politico italiano con il papa, apprendo che questi, ad una domanda sul popolo tedesco, ha così risposto: ‘E’ un grande popolo. Nella lotta contro il bolscevismo, ha versato il suo sangue non solo a beneficio dei suoi alleati, ma anche dei suoi attuali nemici. Non posso pensare che il fronte russo finisca per essere travolto’ [dall’Armata rossa].”
L’8 ottobre lo stesso ambasciatore tedesco annota che “l’aspetto più inequivocabile della politica estera vaticana è oggettivamente l’avversione al bolscevismo. [...] Come minimo, la Curia desidera che la Germania sia forte e unita, una barriera contro la Russia sovietica”. E continua: “Il papa è dell’opinione che per il momento non sia possibile intraprendere colloqui di pace. Su questo punto, ora, la politica papale non vede altro sostegno contro il bolscevismo che non sia quello tedesco.”
L’Office of Strategic Services statunitense, alla fine del 1943, redige un documento segreto sulla situazione nella Santa Sede al 13 dicembre 1943. Apprendiamo, così, che durante un colloquio con von Weiszaecker, Pacelli si è così espresso:
“Il papa si augura che i nazisti mantengano le posizioni militari sul fronte russo e spera che la pace arrivi il prima possibile. In caso contrario, il comunismo sarà l’unico vincitore in grado di emergere dalla devastazione bellica. Egli sogna l’unione delle antiche nazioni civilizzate dell’Occidente per isolare il bolscevismo a Oriente. così come fece papa Innocenzo XI, che unificò il continente [l’Europa] contro i musulmani e liberò Budapest e Vienna.”
In un rapporto inviato da Kaltenbrunner, responsabile della Sipo e dell’Sd, a von Ribbentrop, ministro degli Esteri germanico, il 16 dicembre 1943, leggiamo, tra l’altro, che “il papa ha infine affrontato il tema del pericolo bolscevico su scala mondiale, lasciando intendere che fino a questo momento soltanto il nazionalsocialismo ha rappresentato una roccaforte contro il bolscevismo”.
Ce n’è abbastanza per tirare una prima valutazione sulla politica di Pio XII nei confronti di ciò che accade sullo scacchiere internazionale nei primi anni del conflitto.
Il papa valuta le forze in campo e opera una scelta preferenziale tra quelle in grado di assicurare al cattolicesimo il predominio sul laicismo. Sono forze che nella sua schematizzazione ideologica si oppongono, in primis, al comunismo. Ma anche all’ateismo, al liberismo, al capitalismo, alla democrazia partecipativa a suffragio universale. Aspetti tutti che esplicitano le molteplici forme della contemporaneità, così come emergono lungo il corso della prima metà del Novecento e da cui si svilupperanno le strategie di consenso di Giovanni Paolo II e del suo ideologo Joseph Ratzinger.
Il tema del “silenzio” di Pio XII sull’Olocausto, ovvero del perché in sei anni di guerra Pacelli non denunciò mai apertamente la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, è la diretta conseguenza di un’impostazione storiografica errata e, quindi, fuorviante. È un falso problema.
Poteva mai Pacelli condannare apertamente il nazismo, se egli vedeva in questo (a differenza del suo predecessore Pio XI) il regime che, per primo, avrebbe liberato l’Europa e il mondo dal comunismo sovietico? E cioè dalla creatura più bestiale e demoniaca che il Novecento avesse mai partorito?
Naturalmente, nella fiction televisiva, di tutto questo non c’è traccia alcuna. Ci troviamo di fronte, tanto per cambiare, alle solite forme della propaganda occulta di antica memoria. Per quanto si tratti di un prodotto ineccepibile sotto il profilo tecnico, l’impressione che se ne ricava, stando alle anticipazioni, è di un’opera, scusate la parola grossa, pavoliniana. E meno male che, secondo Fabrizio Del Noce, direttore di Rai Fiction, la Rai si è affidata a una “commissione di storici importante”. Chissà, allora, cosa sarebbe successo se la Tv che noi finanziamo ne avesse fatto a meno.
Dice bene Corrado Augias su “la Repubblica” del 15 ottobre scorso: “Lo scopo della fiction è tratteggiare al meglio una figura preparandola alla santità. Non è da sceneggiati come questo che si può pretendere una sia pur approssimativa verità storica.”

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, qui.

Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella del silenzio dovuto a prudenza.
Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella della diplomazia al lavoro dietro le quinte.
Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella di un papa Pacelli intento a salvare quanti più ebrei possibile.
E poi prenditi ancora due minuti per andare a leggere questo.


barbara


2 novembre 2010

Don Gaetano

 Ovvero
dall’altra parte di via Arenula

Roma, Agosto del 1939

LO STUDIO del Cardinale era lussuoso, nella sua semplicità.
Marmi intarsiati, una scrivania di mogano, due grandi poltrone davanti ad un camino e un pregevole crocifisso alla parete.
Null’altro poi, se non la luce di una finestra affacciata su Roma, in una visuale a perdita d’occhio.
Don Gaetano non era a proprio agio e non faceva nulla per dissimularlo.
Non era abituato a quegli ambienti.
Era solo un parroco che conosceva le miserie del mondo, il dolore della gente, la fede, la speranza e la disperazione dei suoi fedeli. Era un soldato di Cristo che aveva passato la vita in prima linea, confortando i suoi parrocchiani col cuore e col Vangelo.
Sua Eminenza lo squadrava con simpatia.
Lo conosceva da così lungo tempo che sapeva guardare oltre i capelli canuti ed arruffati, la tonaca sciatta e stazzonata, il cappello liso e le scarpe infangate.
Sedete amico mio. Mettetevi comodo.”
Presero posto sulle due poltrone, ma il parroco rimase seduto compunto, sul bordo.
“Perdonatemi, Eminenza, se torno a disturbarvi, ma ci sono cose di fronte alle quali un povero parroco deve fare un passo indietro e chiedere l’aiuto dei suoi superiori.”
Il Cardinale gli sorrise.
“Lo sapete che per me è sempre un piacere incontrarvi don Gaetano ma, a dire il vero, non mi aspettavo di rivedervi così presto. Né, per essere franco, che faceste così poco tesoro dei miei consigli.”
Il parroco arrossì, abbassando lo sguardo.
“Mi dicono che continuate a mettere al centro delle vostre prediche l’amore cristiano e questo è lodevole. Ma non potete continuare ad enfatizzare l’amore che si deve ai nostri fratelli ebrei, colpiti dalle leggi razziali. Nessuno discute quanto tutto questo sia giusto ed encomiabile. Io stesso sottoscrivo, col cuore, tutto ciò che dite in loro favore. Ma gridarlo ai quattro venti, oggi, non è opportuno. Mi capite, don Gaetano? Può addirittura risultare pericoloso.”
Il parroco annuì lentamente.
“Io vi capisco Eminenza, ma la mia parrocchia è a pochi passi da piazza Giudia. La sofferenza di quella gente è davanti ai miei occhi, ogni giorno. Io non posso fingere di non vederla. Non posso dire ai miei parrocchiani che è cosa buona e giusta rinchiudere di nuovo gli ebrei in un ghetto senza mura. Il dovere di un sacerdote è quello di indicare la strada a chi l’ha smarrita ed io non posso sottrarmi a questo dovere, proprio quando il mondo intero sembra brancolare nel buio.”
Il Cardinale scosse la testa con un sospiro.
“Ci sono momenti, Don Gaetano, in cui bisogna avere l’umiltà e l’intelligenza di misurare le nostre scelte. Credete che io non condivida i vostri sentimenti? Credete che non comprenda il dramma di quella gente? Il fatto è che l’esperienza ed il buon senso mi dicono che a volte è necessario accettare un compromesso. Rinunciare a qualcosa di prezioso, pur di non mettere a rischio il tutto. Sono tempi difficili don Gaetano. Con l’avanzare continuo dei bolscevichi e il mondo sull’orlo della guerra, la Chiesa stessa è in pericolo.”
Il parroco scosse il capo mestamente.
“Io non so niente di politica, Eminenza. So solo che i bolscevichi sono lontani, mentre Mariuccia viene da me ogni giorno e piange perché dopo quarant’anni di servizio i suoi padroni ebrei l’hanno licenziata e non la possono più tenere in casa loro. Quella era la sua famiglia. Le volevano bene e lei li adorava. Aveva cresciuto tre generazioni di Sonnino e per loro era una nonna, non una serva. Voi mi dite che è tempo di compromessi, Eminenza, ma chi glie lo dice a Mariuccia che deve rassegnarsi? Chi glie lo dice che, per colpa dei bolscevichi, noi rinunciamo perfino a dire, forte e chiaro, che le leggi che le hanno rovinato la vita sono un’infamia. Io sono un povero vecchio, che ha sempre detto pane al pane e vino al vino. Non sono capace di misurare le parole. Quando salgo sul pulpito, spesso non so nemmeno di cosa parlerò. Mi faccio strumento di Dio e lascio che sia Lui a parlare per mio tramite.”
Il Cardinale si alzò e batté affettuosamente la mano sulle spalle del vecchio sacerdote.
Si avviò lentamente alla scrivania e ne prese un pacchetto di Turmac, prima di tornare alla poltrona.
“Se non ricordo male, voi non fumate.”
Il parroco sollevò la mano in un gesto di diniego mentre il Cardinale si accendeva una sigaretta.
“Vi chiedo prudenza, don Gaetano. Solo un po’ di prudenza. Ci sono arrivate diverse proteste dalla Questura. Per ora si tratta di richiami garbati, amichevoli, ma se divenissero passi ufficiali saremmo tutti in grande imbarazzo. Spero che lo capiate.”
Il parroco annuì con un espressione contrita.
“Veniamo al vostro problema, allora, don Gaetano. Siete voi che avete chiesto di incontrarmi.”
Il parroco si agitò a disagio sulla poltrona, gli occhi bassi, le mani intrecciate sul grembo.
“Si tratta di Ninetta, Eminenza. Si è innamorata di Daniele e lo vuole sposare.”
Il Cardinale lo fissò interdetto. Naturalmente non conosceva quei ragazzi, ma don Gaetano era fatto così. Metteva la sua parrocchia al centro dell’universo e si aspettava che tutti facessero altrettanto.
“E questo Daniele è innamorato di lei?”, azzardò dunque, dal momento che il parroco non gli veniva in soccorso.
“Naturalmente, Eminenza. Ed intende sposarla.”
Il Cardinale annuì a lungo, senza capire.
“Sembra una bella storia d’amore, don Gaetano. Ma se siete venuto da me vuol dire che c’è qualche problema.” Scrutò il sacerdote con uno sguardo interrogativo. “Me ne volete parlare?”
Don Gaetano piegò la testa. Sembrava volesse sparire.

“Occorre una dispensa per celebrare il matrimonio,” disse con un filo di voce, “perché Daniele è ebreo.”
Il Cardinale scoppiò in una franca risata.
“Ditemi che non è vero, don Gaetano, ditemi che è tutto uno scherzo.”
No, non era uno scherzo.
Il Cardinale si ricompose rapidamente.
Ora fissava il parroco con un’espressione tutt’altro che divertita.
“Pare che abbiate deciso di rovinarmi la giornata. Ma pare soprattutto che non abbiate un’idea chiara dei tempi che stiamo vivendo.”
Si alzò, e con le mani intrecciate dietro la schiena si diresse verso la finestra.
Per qualche istante rimase in silenzio a fissare le evoluzioni degli storni, che salutavano il tramonto del sole.
Quando si volse verso il sacerdote, sul suo volto non c’era più traccia dell’amabile disponibilità di cui aveva fatto mostra fino a pochi attimi prima.
“Voi sapete perfettamente che non ho mai amato i matrimoni misti, don Gaetano, e ne conoscete la ragione. L’esperienza mi dice che sono spesso fonte di infelicità sia per la coppia che per i suoi figli. Certo, all’inizio l’amore rende tutto possibile. Nessun problema, nessuna incomprensione, nessun attrito. Ma poi, un bel giorno, la passione si spegne e la coppia si trova a fare improvvisamente i conti con tutti i problemi che aveva accantonato o sottovalutato. L’educazione dei figli, le tradizioni cui non si è capaci di rinunciare, la diffidenza delle famiglie per un genero o una nuora che avvertono estranei.”
Ora era in piedi, di fronte al vecchio parroco che lo ascoltava a testa bassa.
“No, don Gaetano non me la chiedete questa dispensa, perché, con la morte nel cuore, sarei costretto a negarvela. In primo luogo per non contraddire tutto il mio magistero pastorale ed in secondo luogo perché i matrimoni misti, oggi, sono proibiti per legge.”
Annuì a lungo.
“Per legge, amico mio, non lo dimenticate.”
Quando rientrò in parrocchia, don Gaetano trovò Ninetta che l’attendeva in chiesa, seduta in penombra sull’ultimo scranno.
Le andò vicino.
Non dovette parlare.
Scosse la testa e la ragazza comprese, scoppiando a piangere.
“Lo sapevi che era impossibile. Non c’era nessuna speranza.”
Ninetta scuoteva il capo, nascondendo il viso tra le mani.
“Ma noi ci amiamo, Padre. Ed io non posso rassegnarmi a perdere Daniele solo perché lui è ebreo.”
Don Gaetano annuì con comprensione.

“Sei giovane, figlia mia. Hai tutta la vita davanti a te. Oggi Dio ti mette alla prova con un dolore che sembra troppo grande per essere sopportato, ma sono certo che ha già in serbo per te un avvenire radioso e felice. La vita non è facile per nessuno, Ninetta, ma bisogna affrontarla con coraggio.” La ragazza sollevò lo sguardo su di lui, asciugandosi le lacrime con le mani.
“Io la voglio affrontare con Daniele.”
Il parroco sospirò.
“Non sei più una bambina, Ninetta. Daniele è ebreo, lo sapevi fin dall’inizio. Abbiamo provato a forzare la situazione chiedendo un’improbabile dispensa a Sua Eminenza, ma la cosa non ha funzionato. Ora siamo arrivati al capolinea e ne devi prendere atto, Ninetta. Te lo devi togliere dalla testa, punto e basta.”
La ragazza scosse il capo con decisione.
“Piuttosto mi faccio suora.”
Don Gaetano le sorrise comprensivo, scrollando le spalle.
“Se è questa la tua nuova vocazione, il convento delle carmelitane è qui dietro. Adesso comunque vattene a casa e prega la Madonna. Chiedile aiuto e consolazione. Ma soprattutto chiedile di aprirti il cuore alla comprensione ed alla rassegnazione.”
Ninetta si alzò ma, fatti due passi, si girò ancora verso don Gaetano.
“Daniele è un ragazzo d’oro.”
Il parroco sospirò, facendo mostra di un’esasperazione che in realtà non provava.
E daje! È ebreo, Ninetta, e questo taglia la testa al toro.”
La ragazza si morse un labbro con un’espressione smarrita.
“Ma non è mica un delitto nascere dall’altra parte di via Arenula.”
Don Gaetano si alzò dallo scranno e si arrestò di fronte a lei.
“No. Non è un delitto, Ninetta. Ma è inutile fingere di ignorare che questo ci rende diversi.
Abbiamo usi, tradizioni e dottrine che ci dividono. L’amore rende ciechi, questo è vero. Ma tu te lo sei chiesto come ti avrebbero accolto i tuoi suoceri? L’avrebbero accettata una goyà dentro casa loro? E i tuoi l’avrebbero accettato un genero giudio? Dai retta a questo povero vecchio, Ninetta, sarebbe stata una strada in salita, anche a non voler considerare le leggi razziali, che invece sono lì e vanno considerate.”

Il vecchio sacerdote sospirò.
“Ora vattene a casa. E prega la Madonna.”
Invece di allontanarsi, la ragazza tornò a sedersi, fissando don Gaetano con aria di sfida.
“Lo sapete cosa dice Daniele di quelle leggi? Dice che sono un’infamia e che non capisce come possa il Papa, rimanersene in silenzio senza condannarle. Dice che tutti gli ebrei si sentono traditi da quel silenzio. Dice che è come se li avessero messi di nuovo nel ghetto, ma che Mussolini non avrebbe mai osato tanto, se il Papa avesse detto con chiarezza che il razzismo offende la Legge di Dio.”
Don Gaetano levò in alto un dito con un’espressione corrucciata, come volesse replicare aspramente, ma invece esitò e rimase in silenzio.
Sedette di nuovo accanto a Ninetta.
“Ci manca solo che adesso anche un ebreo pretenda di insegnare qualcosa al Santo Padre. Di dirgli quello che deve o che non deve fare.”
La ragazza scrollò le spalle.
“Daniele ha ragione, Padre. La Chiesa dovrebbe gridare di fronte a questa ingiustizia. Se non lo fa, è come se se ne rendesse complice.”
Don Gaetano batté la mano sullo scranno di fronte.
“Ora basta, Ninetta. Non ti permetto di essere insolente con il Santo Padre. E poi che ne possiamo capire noi di quello che succede? Siamo solo povera gente, non possiamo giudicare. Ci sarà una guerra, lo dicono tutti, e la Chiesa stessa è in pericolo... E poi ci sono i bolscevichi, non te lo dimenticare... Il Papa fa quello che può, ma deve essere prudente.”
Ninetta rimase in silenzio.
Non c’era convinzione nelle parole di don Gaetano.
La guerra, i bolscevichi, la Chiesa in pericolo.
Che c’entrava tutto questo con le leggi razziali.
Il Bene è Bene, pensava. Il Male è Male. Questo si aspettava che dicesse il Papa.
“Bastava una parola, Padre. Bastava che il Papa dicesse quello che voi avete detto in chiesa, domenica scorsa. Forse non avrebbe costretto Mussolini a cambiare le sue leggi, ma di certo avrebbe aiutato gli italiani a capire. E gli ebrei si sentirebbero meno soli.”
Il sacerdote annuì senza convinzione.
“E chi ti dice che il Papa non lo abbia fatto? Nelle opportune sedi il Papa fa sentire la sua voce, stai tranquilla, e la sua condanna è di certo arrivata a chi doveva arrivare. Il Papa non ha bisogno dei nostri consigli. Quando deve parlare in difesa della giustizia lo fa con forza e con chiarezza.”
Ninetta scrollò le spalle.
“Se lo dite voi, Padre, sarà così.”
Raccolse le sue cose e si avviò, in silenzio, lungo la navata, ma quando fu alla porta, si volse di nuovo verso don Gaetano che non si era mosso dal suo scranno.
“Comunque, deve aver parlato molto piano, perché io non l’ho sentito. E nemmeno Daniele.”
Scosse il capo con un’espressione di dolorosa rassegnazione.

“No, Padre, a pensarci bene, non l’ha sentito proprio nessuno.”

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

nota dell’autore

Il recente sceneggiato della Rai pone nuovamente sotto i riflettori la figura di Pio XII.
I suoi silenzi nei confronti della Shoa hanno suscitato e continuano a suscitare un aspro dibattito fra la Chiesa e il mondo ebraico.
Poteva l’autorità della Chiesa fare di più per fermare il genocidio o per prevenirlo?
La parte preponderante del mondo ebraico propende per il sì.
Nel sostenere tale tesi tuttavia gli ebrei si sono infilati in una strada senza uscita.
Si sono comportati come quei Procuratori che, consapevoli al di là di ogni ragionevole dubbio della colpevolezza dell'imputato, non si curano di valutare il valore processuale delle prove raccolte.
Le prove dei silenzi e dei comportamenti di Pio XII rispetto alla Shoà sono tutte nelle mani dei suoi difensori. E se questi, per gentile concessione, le mettessero a disposizione degli studiosi, nessuna di esse sarebbe mai ultimativa. Il “capo di accusa” si presta infatti ad una interpretazione soggettiva e la difesa avrà sempre buon gioco a sostenere che "l'accusato" scelse il male minore.
Diversa sarebbe la questione se il comportamento di Pio XII ed i suoi silenzi fossero giudicati rispetto alle Leggi Razziali Fasciste anziché rispetto alla Shoà.
In questo caso la Chiesa non potrebbe chiamare a difesa del Pontefice la scelta di un presunto male minore.
Mussolini non era Hitler, l'Italia non era la Germania.
Il silenzio della Chiesa sulla discriminazione razziale Italiana fu frutto di una libera scelta. Esso è indifendibile e non necessita degli Archivi Vaticani per essere provato.
Quell'esecrabile indifferenza è innegabilmente ascrivibile alla responsabilità di Pio XII.

Nota di barbara

Quella che segue è una mia breve recensione pubblicata quasi nove anni fa su Ebraismo e dintorni.

Il Vaticano e l'Olocausto in Italia
di Susan Zuccotti
Ed. Bruno Mondadori

Primo pregio del libro: non è un attacco al Vaticano, ma un sereno esame dei documenti - di tutti i documenti disponibili - e senza recriminazioni per i documenti mancanti a causa della mancata apertura degli archivi vaticani.
Secondo pregio: la ricchezza della documentazione e delle fonti. Nel libro vengono riportati encicliche, documenti ufficiali, lettere, dichiarazioni pubbliche e private, testimonianze orali.
Terzo pregio: una scrittura piana e scorrevole, sostenuta dalla pregevolissima traduzione di Vittoria Lo Faro.
Un libro che non lascia domande inevase né angoli bui e scioglie ogni possibile dubbio, davvero fondamentale per la conoscenza e la comprensione di quell'oscuro periodo della nostra storia.

Credo che questo sia lo spazio giusto per riproporre questa splendida vignetta disegnata due anni fa dal mitico Ciro Monacella.



barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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Lo stato ebraico e il mondo islamico





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Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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