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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


4 febbraio 2012

AM ISRAEL CHAI VE CHAIAM

IL POPOLO D’ISRAELE VIVE E VIVRÀ

Accadeva una volta, in tempi barbari e selvaggi, che chi si metteva in viaggio corresse il rischio di incontrare dei predoni: assaltavano, costoro, carrozze e diligenze, carovane e viaggiatori isolati, per depredare i malcapitati di denaro e gioielli.
Accade ancora oggi, in talune contrade, che bande di predoni si appostino per dare l’assalto ad auto di passaggio. Non vogliono però, questi moderni predoni, impadronirsi di beni materiali, bensì conquistare qualcosa di molto più elevato: il Paradiso. Il Paradiso, per chi non lo sapesse, si guadagna uccidendo ebrei. Le contrade in questione, naturalmente, si trovano in Terra d’Israele.
Il 23 settembre 2011 una banda di questi predoni spirituali e idealisti assaliva l’auto di Asher Palmer, uccidendo lui e il figlio Yonatan, di un anno.


                         

Puah, la moglie di Asher, era incinta di cinque mesi. Ora Michael Craig Palmer, padre di Asher e nonno di Yonatan, ci informa che Puah ha dato alla luce un maschietto, di nome Orit. E si continua così come è sempre stato: loro producono morte, il popolo d’Israele produce vita. E non smetterà di danzare. Mazl tov, piccolo Orit, benvenuto al mondo.

barbara

ERRATA CORRIGE: Mi si informa che Orit è un nome femminile. Nel testo inglese non era precisato: l'autore del testo aveva evidentemente dato per scontato che ogni lettore lo sapesse, mentre io avevo dato per scontato che a riempire il vuoto lasciato dal piccolo Yonatan fosse arrivato un fratellino.


28 gennaio 2012

UN SOGNO TRAMANDATO DAL FARAONE AL 1938

Mi chiamo Anna. Ho dodici anni. Ho occhi e capelli castani. La mia adolescenza è appena iniziata. Ma la mia vita sta per finire. Mi chiamo Rebecca. Ho cinque anni. Ho occhi azzurri e capelli biondi. Non festeggerò mai il mio compleanno di sei anni. Mi chiamo Isaac. Non so esattamente quanti anni ho. Forse uno. Forse due. L’unica cosa certa è che mi hanno separato dalla mia mamma. E che non la rivedrò mai più. Mi chiamo Ruben. Sarei dovuto nascere tra due mesi. La mia anima non giungerà mai in questo mondo. Qualcuno ha deciso che non meritiamo di vivere. Che siamo colpevoli di una diversità insopportabile. La lingua parlata dai nostri genitori è troppo differente da quella del posto. Il nostro modo di vestire non segue sempre le mode dettate dagli stilisti. I nostri nomi, durante l’appello, risuonano come suoni stranieri tra le mura di scuola. La nostra identità è troppo sentita per passare inosservata. Il nostro orgoglio come nazione troppo potente per rimanere silente. Coloro che ci hanno negato il futuro avevano un unico progetto in testa. Un sogno tramandato dal faraone fino al 1938. Cancellare per sempre l’esistenza del popolo a cui apparteniamo. Annientare il nostro presente per evitare un nostro domani. Un disegno, grazie a D-o, mai trasformato in realtà. Voi, che vi trovate lì oggi, a leggere comodi in una sinagoga o tra le accoglienti pareti di casa, potete scegliere. Se piangere per noi, commiserandoci e ricordandoci. O riportarci in vita. Quando una bambina di nome Anna compirà dodici anni e prenderà su di sé tutte le mizvot. Quando una bambina di nome Rebecca accenderà una candela al venerdì sera. Quando un bambino di nome Isaac pronuncerà ‘torà’ tra le sue prime parole. Quando un bambino di nome Ruben vedrà la luce e farà il brit milà all’ottavo giorno. Il sogno dei nostri nemici andrà in frantumi. E voi ci avrete ridato la nostra vita rubata.

Gheula Canarutto Nemni 

In realtà l’amica Gheula si dimostra, nel titolo, straordinariamente ottimista: quel sogno dura tuttora, purtroppo. Lo vediamo quotidianamente, in certi commenti immondi nei nostri blog, nei siti, nei forum, negli articoli di giornale, in certe sentenze di tribunale. Ma noi siamo qui, incrollabilmente determinati a mandare in frantumi quel sogno. E magari anche i sognatori.

 

barbara


16 gennaio 2011

E QUATTRO (8)

Là dove c’era il deserto ora c’è un’altra città ancora...

Ma’alè Adumim



















Anche qui, come nel 60% circa del territorio assegnato dalla risoluzione Onu 181 allo stato ebraico, era tutto deserto. Poi, nel 1975, otto anni dopo la fine dell’illegale occupazione giordana (nel corso di quella guerra che, nei piani dei suoi perpetratori, avrebbe dovuto portare alla fine dell’esistenza di Israele), si è cominciato a bonificare e dissodare e costruire. Adesso ci sono strade e case e scuole e asili e fabbriche e prati e orti e giardini e strutture e infrastrutture e servizi e… VITA.

barbara


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22 novembre 2009

SABBIA

Nient'altro che sabbia ...



barbara


13 novembre 2009

LA MIA COLLEGA KIRSTEN

La mia collega Kirsten è giovane.
La mia collega Kirsten è bella.
La mia collega Kirsten è dolce.
La mia collega Kirsten ha un sorriso di quelli che ti scaldano dentro.
La mia collega Kirsten sprizza gioiosa sensualità da tutti i pori.
La mia collega Kirsten ha un pancione di quasi otto mesi, un pancione smisurato, invadente, impertinente, sfacciato, che a guardarlo mette allegria.
La mia collega Kirsten in calzamaglia nera, stivaletti beige, vestitino mini di maglia rosso fuoco, col suo sorriso radioso e contagioso e il suo pancione prorompente è un inno alla vita.

(No, questa volta non c’entra niente, o forse sì, c’entra per il fatto che anche lui tifa per la vita; in ogni caso anche oggi è imperativo categorico andare a leggerlo)

barbara


20 aprile 2009

DALLA PARTE DELLA VITA? BEH, DIPENDE

Se la vita è quella di una donna in stato vegetativo da diciassette anni, coma irreversibile, nessuna possibilità, neanche teorica, di risveglio, allora sì, siamo dalla parte della vita.
Se la vita è quella dell’embrione che porta in grembo una bambina di nove anni vittima di stupro allora sì, siamo dalla parte della vita.
Se invece succede che un ragazzino si ammala di leucemia, che la mamma, in previsione delle devastanti cure cui dovrà sottoporsi nella speranza di guarire che lo renderanno sicuramente sterile, gli suggerisce di far congelare un campione di sperma e lui segue il consiglio, che grazie alle cure guarisce, che diventato adulto incontra l’amore, si sposa, e grazie a quello sperma congelato lui e sua moglie possono dare vita a una meravigliosa creatura perfettamente sana, voluta, amata, con un futuro davanti a sé, allora no, dalla parte della vita non siamo più: questa vita qui non la possiamo accettare, è immorale, perché morale è trombare solo per fare figli e fare figli solo trombando. Così decreta il presidente emerito della Pontificia accademia per la vita. Che evidentemente contempla vite di serie A e vite di serie B, e di quelle che non rispondono ai canoni, là dentro non ne vogliono proprio sapere.



barbara


28 novembre 2007

VITA

Chi la odia. Chi la disprezza. Chi la schifa. Chi la sputa come un boccone marcio. Chi se la gioca a dadi per vedere, neanche tanto di nascosto, l’effetto che fa. Chi non sa che farne. E chi la ama. Oltre ogni limite; oltre ogni logica; oltre ogni elementare buon senso. E a volte capita – sì, capita – che quella zoccola lurida infame della vita, accecata da tanto amore, decida persino di ricambiare.
G. Trentasei anni. Un marito musicista: uno di quei meravigliosi, ineffabili eterni bambini che non si può non adorare, ma sui quali è meglio non fare troppo conto. Un bambino biondo di cinque anni, che definire tempestoso è poco. Una stupenda bambina di tre anni, Down. E decide di avere il terzo figlio. Resta incinta. Arrivata all’ottavo mese un giorno – è un venerdì – mentre, facendo la doccia, si passa la mano sul seno, ha l’impressione di sentire un “qualcosa”. Quelle cose che uno dice sì, va bene, di sicuro non sarà niente, ma per ogni evenienza … Il lunedì mattina va all’ospedale, la visitano, verificano, immediatamente la ricoverano e la attaccano alla flebo per provocare le doglie e far nascere la bambina. La quale, povera stella, lo sa benissimo che non è il suo momento, e di nascere proprio non ne vuole sapere: quasi due giorni, ci ha messo. La notte tra martedì e mercoledì finalmente riesce a partorire; il giovedì mattina è già in sala operatoria.
L’ho incontrata oggi pomeriggio, era da secoli che non la vedevo. Stava pedalando in salita, tirandosi dietro uno di quei minuscoli risciò che, almeno da queste parti, sono parecchio diffusi. Dentro, comodamente accoccolate, la bambina Down e la bambina nuova. Pedalava e sorrideva, da sola: sorrideva a se stessa, sorrideva al mondo, sorrideva alla vita – poi, quando mi ha vista, ha sorriso anche a me. Un sorriso da un orecchio all’altro, di quei sorrisi che ti scaldano dentro. Quarant’anni suonati, e pareva una ragazza: una ragazza che ha la vita davanti, una ragazza che sorride alla vita e la vita sorride a lei. Questa sera mi sento un po’ meglio dei giorni scorsi. Vuoi vedere che stanotte riuscirò addirittura a dormire un paio d’ore?

barbara


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18 novembre 2007

ANCORA

un piccolo ricordo dedicato ad Andrea. E lo guardo e riguardo, e ogni volta mi sconvolge vedere questo scheletro ricoperto di pelle con gli abiti appesi intorno, questo collo da pulcino perso nel colletto della camicia, e vedere poi quel sorriso, e il calore che ne promana, e la serenità che ne scaturisce, a pochi giorni dalla morte, e questo amore immenso per la sua donna, e per la vita, e per tutto e per tutti, questa riconoscenza per ogni attimo in più che gli viene concesso ... Quale lezione, Andrea, quale straordinaria lezione hai dato a tutti noi



barbara

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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